Provincia
MInacce in carcere alla dipendete dell'ospedale Borgo Roma
L'infermieria si difende: "La morfina era a disposizione di tutti"
pubblicato il 7 agosto 2017 alle ore 12:42
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L'infermieria si difende: "La morfina era a disposizione di tutti"

Nogara  Continuerebbe a ricevere minacce da parte dei detenuti del carcere di Montorio dove da mercoledì scorso si trova rinchiusa l’infermiera 43enne di Nogara accusata di aver somministrato morfina ad un neonato nella notte tra il 19 e il 20 marzo scorso all’ospedale civile di Borgo Roma, a Verona, con lo scopo di farlo smettere di piangere. Per questa ragione il suo legale, l’avvocato Massimo Martini, ha presentato l’istanza di modifica della misura della custodia cautelare. La donna si è proclamata innocente ed estranea ad ogni addebito durante l’interrogatorio fiume durato 8 ore svoltosi all’interno del carcere veronese. Davanti al giudice l’infermiera avrebbe asserito che quel tipo specifico di morfina, «destinata alla somministrazione orale e non endovenosa», era di libero accesso e quindi non sottoposta alle annotazioni di movimentazione. Teoricamente, stanno a quanto da lei affermato, tutti avrebbero potuto utilizzarla senza risultare in alcun documento. «La mia cliente - ha osservato il suo legale - nonostante sia provata da quanto accaduto, ha risposto punto per punto e senza contraddizioni alle molte domande e alle contestazioni del giudice, dimostrando un atteggiamento che può avere solo chi ha la coscienza pulita, dando prova di una forza d'animo notevole. Ha negato di aver somministrato la morfina al bambino e di averlo mai fatto prima, come qualcuno avrebbe detto». La tesi dell’accusa si fonda su questo dubbio: come avrebbe fatto l’infermiera ad “azzeccare” immediatamente l’antidoto per salvare la vita al neonato, ovvero la somministrazione di Naxolone? Risposta affidata anche in questo caso al legale: «Ha una grande esperienza accumulata anche in altri reparti, sa riconoscere i sintomi di un’intossicazione da stupefacente, per questo ha ribadito di aver suggerito l’inibitore della morfina, salvando la vita al piccolo». La difesa, quindi, ribadisce che non è stata la 43enne a mettere la morfina nel ciuccio del bebè. Ma allora chi è stato? Domanda alla quale la nogarese si è avvalsa la facoltà di non rispondere, forse per non tirare in ballo terze persone. L’unica cosa che per lei conta in questo momento è riabbracciare i suoi tre figli. Cosa che potrebbe fare già oggi se il gip  Livia Magri  si esprimesse favorevolmente alla richiesta dei domiciliari.

 

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