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Anteprima dell'inaugurazione del 15 novembre a Bologna
Viaggio al centro di Fico, expo permanente del Made in Eataly
pubblicato il 13 novembre 2017 alle ore 15:58
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Bologna C'è chi l'ha paragonata a una Dysneyland del cibo. Altri hanno detto che sembra un'Ikea commestibile e altri ancora a un luna park. Di fatto Fico, che sta per Fabbrica Italiana Contadina è un Expo dell'agroalimentare Made in Italy, anzi Eataly. Di fatto è qualcosa di enorme, non per niente è "il più grande parco alimentare del mondo" che aprirà al pubblico il 15 novembre a Bologna nell'ex area del Caab (Centro Agro Alimentare di Bologna). Giovedì 9 novembre Fico ha aperto i battenti in esclusiva per la stampa. Pidi  700 giornalisti accreditati, tra i quali chi scrive. In effetti l'impressione di primo acchito è quella di megamercato globale sul modello visto in Italia con l'Expo di Milano. Visto che Fico è un nome che si presta a battute di vario tipo, anche di cattivo gusto, gli stessi organizzatori hanno voluto giocare con i doppi sensi ma senza eccedere, marcando così una linea di confine del buon gusto.

Il primo impatto con Fico è il sorriso di benvenuto di una hostess all'ingresso. Diffidare di certi sorrisi. La nostra hostess, giovane e molto carina, mentre ci prende per mano ci chiede nome e cognome e ci affibia un numero: è quello del gruppo di 30 persone che partirà a breve per la visita guidata di Fico. Ci si ritrova così in una sorta di gruppo-vacanze al seguito di una guida munita di altoparlante che porta i gruppi di giornalisti in giro per Fico. Primo stop alla pizzeria, dove cominciano gli assaggi (e che assaggi!). Pizza al portafoglio per tutti. Così, con il boccone (rovente) ancora da ingoiare, la guida riesce a trascinare il gruppo compatto  all'eterno dove ci sono gli animali. Sono circa 200 capi tra suini, bovini da latte e da carne, ovini, equini, polli e pure conigli. Un collega animalista comincia a fare domande a dir poco tendenziose sulle condizioni i cui sono costretti gli animali di Fico. La guida cerca di glissare e si salva in corner infilandosi di nuovo dentro per una fermata strategica al chiosco di street food che distribuisce ribollita e trippe alla fiorentina. C'è chi rifiuta l'assaggio perché è tutto a base di pepe; per contro la maggior parte del gruppo dei trenta assaggia proprio perché è tutto a base di pepe. In relatà il gruppo non è più da trenta da un po': qualche unità si defila man mano che si avanza tra ristoranti, chioschi e laboratori vari. Giusto il tempo di fare conoscenza con una ragazza che fa la pasta. Siamo una start-up, spiega, e se qualcuno è interessato a imparare facciamo i corsi. Via da lì si passa, anzi si inciampa nello stand di Valsamoggia, dove fanno vari tipi di formaggi e nel pomeriggio hanno in programma una dimostrazione di produzione di non-so-cosa con degustazione. Intanto le ragazze dietro al banco allungano degli assaggi che nessuno rifiuta, nemmeno quelli che non mangiano roba a base di pepe, anche perché ormai la maggioranza ha sposato il motto "a caval donato non si guarda in bocca". E qui in bocca arriva di tutto. Siamo a metà percorso, dice la guida che cerca di accelerare perché forse è in ritardo sulla sua tabella di marcia, che non è certo quella mia e degli altri 29 colleghi del gruppo ormai ridotto a meno di 25, per la precisione 24 quando mi allontano verso un posto che sembra un bar. Lì fanno tutto a base di uova dal dolce al salato.

Mi sgancio dal gruppo senza salutare nessuno: ormai ne so abbastanza di Fico per fare a meno di una guida. Quello che c'è da capire sembra abbastanza semplice qua dentro: è il supermercato del 21esimo secolo, quello che serve alla massaia globale, dove la grande produzione incontra (o almeno ci prova) l'alimentazione ecosostenibile. Ci sono le start-up per fare la pasta e il minicaseificio che produce due forme di Grana Padano al giorno, il chiosco street food dei polli Amadori e c'è anche Joe Bastianich, volto Tv di Masterchef, che se ne va in giro per i vari stand a dare un'occhiata ai laboratori che fanno il gelato, la birra e le salsicce, che sorgono accanto al campo da beach volley e a quello da mini-golf. "E' la nostra vendetta per il ragù alla bolognese" scherza il sindaco di Bologna Virginio Merola alla conferenza stampa di presentazione dove ad arrivare in leggero ritardo è stato proprio quello che è il "deus ex machina" di Fico; Oscar Farinetti, fondatore di Etaly, di cui Fico è la diretta emenazione.

Fuori dalla sala-convegni, che è vicino ai ristoranti di pesce, schivando gli operai che stanno ultimando gli ultimi ritocchi in vista dell'inaugurazione di mercoledì 15 novembre, prosegue la trafila degli assaggi. Impossibile rifiutare: dagli stand mandano avanti le loro hostess che trascinano dentro il cronista di turno. La mattinata dui chi scrive finisce alle 14.40 con un assaggio di pasta al ragù non richiesto ma rifilato a tradimento a chi era appena riuscito a sfuggire illeso per la seconda volta dal chiosco della porchetta. All'uscita la magior parte si fa i selfie nel parcheggio. Da fuori Fico sembra una cattedrale. Unico problema: non è nel deserto ma in pieno centro abitato a Bologna, città che dal 15 novembre sarà chiamata a reggere (anzi, digerire) l'urto di questo Expo permanente del cibo.

Carlo Doda
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