Eventi e Società
Dieci racconti agrodolci nell'ultimo libro di Emanuele Verzotti
Finalmente arrivano "le buone novelle"
pubblicato il 3 gennaio 2018 alle ore 20:23
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“Le buone novelle” di Emanuele Verzotti

Mantova – Una voce italiana, verrebbe da dire leggendo le prime pagine della silloge di racconti di Emanuele Verzotti. Finalmente, verrebbe da esclamare, dopo aver completato la lettura di questo agile libretto intitolato “Le buone novelle” e pubblicato da Giovane Holden Edizioni. Un periodare armonioso e non ridondante che unisce l'asciuttezza tipica della cronaca giornalistica (l'autore, del resto, tradisce la sua esperienza in tal merito) con il piacere della narrazione più propriamente letteraria. Una voce italiana, dicevamo, anche per la scelta delle tematiche che vengono trattate. Racconti di vite qualunque racchiuse in piccole porzioni del territorio italiano. I racconti che costituiscono la raccolta “Le buone novelle”, infatti, sono una vera e propria summa in miniatura di eventi avvenuti nella provincia italiana. In particolare di quella che si trova nel quadrato di città costituite da Mantova, Cremona, Brescia e Milano. Anche la metropoli riesce a svelare il proprio volto di piccola realtà, costituita da personaggi con piccoli problemi – se si guarda ad una realtà macroscopica – che diventano insormontabili nonostante sembrino semplici da risolvere.

Si leggono gli influssi letterari di Guareschi, del primo Buzzati mentre il racconto “Fieno in cascina” trova echi in quel “realismo magico” alla Calvino. Verzotti dimostra di aver assimilato in maniera proficua le letture e gli insegnamenti di tutti i maestri del racconto che la letteratura italiana ha lasciato ai propri lettori, così come – e non so se in questo caso si tratti di letture maturate dallo scrittore o di semplici assonanze – del modo di scrivere tipico di Nantas Salvalaggio. Verzotti “inquadra” le scene che descrive come se fosse una cinepresa e si muove all'interno del mondo che lui stesso descrive con scioltezza facendo sentire al lettore la sensazione che quanto descritto non sia stato messo lì qualche minuto prima di iniziare il racconto ma che il fienile, la casa, lo stadio e tutti gli ambienti fossero lì da molto prima con tutte le loro routine, con le cose disposte esattamente in quel modo da tempo immemore. Ma le dieci novelle, che Verzotti definisce buone, sono agrodolci, possiedono l'ironia amara di Monicelli e di Villaggio quando descrivono i propri personaggi, dei Don Chisciotte del quotidiano, senza però cadere nel pessimismo e nella tragedia tipica di Bianciardi.

Tra le righe dei dieci racconti si legge quel chiaro rimando ad una realtà fatta di persone ed eventi capaci di fagocitare i protagonisti lasciandoli in una sorta di limbo dal quale non possono uscire mai se non a costo di incredibili fatiche. In particolare penso al personaggio del “Toro”, un grande calciatore, una promessa tanto per prestanza quanto per tattica, che però non riesce a spiccare il volo. Tutto gira intorno a lui come su un ottovolante. Si eleva e sbaglia con la stessa costanza. Ciò che maggiormente impreziosisce questa pubblicazione è la maturazione dell'autore derivata dalle precedenti fatiche letterarie di Verzotti. La raccolta di racconti, infatti, arricchisce un percorso già molto ricco e variegato che ha visto al suo attivo un titolo di poesia (Forse come un fiore) uno di narrativa (Distinto quarantenne) ed un poema in endecasillabi (Canto dell'astronauta pazzo).

Mendes Biondo

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