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Politica da “Spelacchio”: chi le spara più grosse?
pubblicato il 13 gennaio 2018 alle ore 17:18
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Politica da “Spelacchio”: chi le spara più grosse?

Mantova - Spelacchio, l’abete rosso (guarda caso…) della Val di Fiemme, crudelmente ucciso ancor prima delle festività per essere collocato e “allestito” in Piazza Venezia, capitale del Belpaese, è definitivamente ridefunto mettendo così la parola fine alla sua ben misera esistenza di peggior “albero di Natale” zombie che si sia mai visto. Prima gli hanno tolto le palle e gli altri tristi addobbi, poi la stella cadente che gli impallidiva di luce fioca il capo reclinato, simile a quello di un cadavere incipriato alla “bell'e meglio”, infine lo hanno portato a far legna da ardere. Un “diversamente albero” che pare comunque il ritratto piú azzeccato di questa italietta fantozziana che adesso si è vestita “sportiva” per iniziare la folle corsa elettorale verso il traguardo del 4 marzo. In effetti: sembra molto sportiva… tant’è che pare già di assistere a una gara ad ostacoli in cui probabilmente spera di vincere chi le spara piú grosse. Non vorrei ancora entrare nel merito delle clamorose promesse (quasi sempre da marinaio) dei singoli partiti, movimenti o coalizioni, poiché avremo occasione di trattare le rispettive tematiche nelle settimane a venire.

Oggi gradirei piuttosto fare il punto su altri aspetti altrettanto paradossali. Nello scorso editoriale, che amo definire “pragmatiche narrazioni di un vetusto giornalista”, ho parlato dell’eroica ragazza iraniana che ha osato sfidare gli ayatollah durante le recenti manifestazioni anti-governative, subito arrestata per essersi tolta il velo e averlo sventolato come bandiera di protesta. Al momento mi ero limitato a sottolineare che in Italia, sia da parte dei governanti pinocchietti che dai numerosi media sinistrorsi figli di nostrani capitalcomunisti, non vi fosse stata alcuna reazione di sdegno nei confronti del regime di Teheran e dell’oscurantismo della sharia, la legge sacra islamica. L’ipotesi sussurrata dal sottoscritto è che vi fossero in ballo interessi finanziari prioritari rispetto a verità e giustizia. Qualcuno mi ha tacciato di eccessiva dietrologia, ma siccome “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina” (citazione erroneamente attribuita ad Andreotti, ma in realtà espressa da Pio XI) anche in questo caso i fatti mi hanno dato ragione. Pochi giorni dopo la sommossa di Teheran si è potuto verificare chiaramente e in modo inconfutabile che il nostro Paese punta eccome a far business, a qualsiasi costo, con la teocrazia iraniana, tant’è che, nonostante le evidenti e gravi tensioni internazionali e il traballante accordo sul nucleare, Roma continua a scommettere e promuovere affari con questa dispotica dittatura mediorientale. L’autorevole “Sole 24 Ore” ha infatti anticipato la notizia di un accordo quadro tra i due Stati in cui si è convenuta “l’apertura di linee di credito da parte italiana verso banche iraniane per un ammontare complessivo fino a 5 miliardi di euro per il finanziamento di singoli progetti d’investimento, e da parte del governo iraniano il rilascio, per ciascuno di essi, di una garanzia sovrana”. Ecco fatto, scoperto l’arcano; altro che fantapolitica! Business is Business, come recitava il famoso film muto del 1915 diretto da Otis Turner.

“Fortuna” che abbiamo ancora saldamente accovacciato a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, con la sua diplomazia, la cautela, la moderazione e soprattutto la tranquillità politica (quella che nel settore agricolo ha incrementato esponenzialmente la produzione di “latte alle ginocchia”). Veniamo ai fatti. Il premier va da Fazio, alla più lacrimevole trasmissione televisiva dell’etere, e dichiara stentoreo: «Penso che la sfida elettorale del 4 marzo sia molto importante (…bella scoperta). Penso sia molto rilevante quello che gli elettori decideranno (…cos’è la fiera delle banalità?). Il centrosinistra può essere la coalizione vincente (…aspetta e spera…) e il Pd può essere il primo partito, sulla base di quello che siamo e quello che abbiamo fatto (…ma sicuro…)». Poi è arrivata la frasona ad effetto, quella che i politici, o meglio il loro ghostwriter, studiano per ore affinchè possa poi diventare il titolo d’apertura dei giornali amici. Gentiloni ha infine sentenziato: «Spero che l'Italia non giochi al Rischiatutto con forze che non sanno governare il Paese». Ma come, presidente del consiglio, da un lato lei aborre, almeno a parole, il “rischiatutto” e dell’altro benedice 5 miliardi di euro d’investimenti nella Repubblica islamica dell'Iran (“Stato canaglia” per eccellenza, come lo definisce Donald Trump) dove, a parte l’inqualificabile e sanguinaria dittatura, proprio il cosiddetto “rischio nazione” è ai massimi livelli mondiali. Quale terrificante contraddizione è mai questa? Assomiglia molto alle frottole altrettanto clamorose dei compagni Grasso e Boldrini sullo “ius soli” oppure alla “pinocchiata” del suo amico Matteo Renzi il quale, ospite da Bruno Vespa, ha dichiarato: «Tutto quello che abbiamo fatto sulle Banche Popolari è perfettamente lecito. Perfino su Repubblica il giorno prima si parlava di quel provvedimento». Il riferimento è chiaramente ai nuovi retroscena sulla “vicenda Istituti di credito” che coinvolgerebbero anche l'ing. Carlo De Benedetti, in merito a una presunta diffusione di “informazioni privilegiate” relativa al contenuto del decreto di riforma sulle Banche Popolari. Renzi ha concluso affermando: «C'è stata assoluta trasparenza. Se qualcuno ha commesso reati, vedrà la magistratura». Sì, ma quale?

A proposito di “Rischiatutto” e Mike Bongiorno, mi pare che la tornata elettorale del 4 marzo (sia politiche che regionali) somigli più a “Lascia o raddoppia?”. Comunque: «Allegria!».

Marco Mantovani

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