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Mantua me genuit: saga biancorossa, Fava-Salvini ok corral
pubblicato il 14 gennaio 2018 alle ore 13:20
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Squadra del Mantova 1966-1967

Mantova - Mantua me genuit: tradotto in lingua, suona “Mantva l’è mei che Genoa”. Una massima per tutti gli usi. E costumi. Qualcosa, anzi molto, è cambiato nel volgere degli anni. Ricordate -ma serve una bella memoria- quando nell’estate del ‘59 l’Aciemme sconfisse per 1-0 il Siena nello spareggio per la promozione in serie B allo stadio Marassi? Bei tempi: in quelli odierni l’ammissione di natalità mantovana accreditata a Publio Virgilio Marone, un borsone di grande talento che nelle pause di riflessione ha buttato giù appunti tipo Eneide, Georgiche, Bucoliche et similia, viene utilizzata come titolo di un’associazione “nata nell’intento di creare sinergie tra le varie professionalità e talenti della nostra città”. Con risultati di rilievo, almeno sul piano mediatico. Attenzione però: lontana da noi la volontà di rituffarci nella vicenda, peraltro abbastanza squallida, che da due mesi a questa parte ha costituito materia di discussione, non solo fra i mantovani, e che ora è stata archiviata; il nostro intento è quello di ricordare la sconfitta patita dal Mantova nel derby di domenica scorsa a Verona  con la Vecomp che ha gettato molta acqua sul fuoco degli entusiasmi.

Aciemme, Mantova calcio e chi più ne ha più ne metta, per significare glorie e tramonti di una società, di una squadra che hanno fatto sognare e di- sperare migliaia e migliaia di tifosi virgiliani, aggrappati a questa realtà, l’unica o una delle poche in grado di debellare, fugare l’apatia, la morta gora dell’universo chiamato Mantova. La città che Corrado Alvaro, con una pennellata delle sue, definì “un paradiso di malinconia” mentre il vate D’Annunzio calcò la mano con “un’affascinante città morta”. Certo, molta acqua è passata sotto i ponti di Mulina e San Giorgio: calcisticamente parlando, dalla quarta serie alla serie A e ritorno, nell’arco di 60 anni abbondanti. Anni di vacche grasse ma soprattutto anni, lunghi come secoli, di vacche indiane denutrite e tristi. Al vertice sono passati anche personaggi di dubbia credibilità: insomma, un andamento altalenante, interrotto da squarci di bel tempo, da allenatori famosi quando giocavano (Hidegkuti, Ottavio Bianchi, Corso e Angelillo per citare i più noti). E del componente il trio degli angeli dalla  faccia sporca, appunto Angelillo, morto recentemente (gli altri erano Maschio e Sivori), diremo in seguito. Per nostra fortuna, non c’è mai stato il funerale nel senso che il calcio biancorosso ha continuato a vivere. O se vogliamo a vivacchiare. A Modena, a Vicenza sicuramente è andata o sta andando peggio.

Oggi il Mantova tenta la risalita. Una botta tremenda l’ha beccata a Verona, sbagliando addirittura due rigori e colpendo altrettanti pali, ma la società sta reagendo nel migliore dei modi. E con lei i tifosi, unici nella loro passione, nel loro amore per la squadra del cuore. Buon segno insomma: probabilmente la promozione diretta è svanita ma non bisogna porre limiti alla provvidenza e in particolare non bisogna mollare. Chiudiamo col calcio ricordando Antonio Valentin Angelillo, allenatore del Mantova per 4-5 mesi nella stagione ‘86-‘87. Dopo l’exploit iniziale (33 gol in una stagione, tuttora record per la serie A) ha avuto vita difficile. Quand’è sbarcato in riva al Mincio, abbiamo avuto l’impressione che fosse un uomo che non aveva più niente da chiedere alla sua carriera.  Riservato, brusco, sempre in difesa della sua privacy, si è lasciato andare una sera da H’Ombre a Porto Mantovano. Dopo aver salutato e mandato a letto i giocatori, complice magari qualche bicchiere in più, ha ripercorso in un’oretta abbondante la sua vita, fra successi e attacchi alle sue frequentazioni femminili. E in quell’occasione è uscito il vero Angelillo nella doppia dimensione di uomo e di campione. Avrebbe potuto vivere qualche anno in più ma ugualmente ha dato molto. Abbiamo pianto anche la scomparsa dell’illustre collega Albino Longhi, pluridirettore del Tg Uno: tenuto conto delle lotte politiche per arrivare a questa carica, richiamarlo per tre volte sta a dire che Albino era un uomo di grande giudizio. Una settimana prima gli era morta la sorella Carla che ancora abitava a Mantova; ora rimane Renzo, meglio conosciuto come “tabar” quando militava nel Mantova. Perchè era un “libero” in grado, di coprire efficacemente i compagni di reparto e in particolare il portiere Carburo Negri. Renzo, che abita in provincia di Milano, ha percorso per intero la vittoriosa strada che ha portato l’Aciemme in A, giocando anche  due campionati nella massima serie in maglia biancorossa.  Grande l’assessore regionale all’agricoltura Fava, che ha rifatto il verso al Gepe Garibaldi (obbedisco!) alla richiesta del generale La Marmora di fermare l’avanzata delle giubbe rosse, rovesciando peraltro la risposta: al no di Salvini alla partecipazione del mantovano ad una trasmissione del Tgcom 24, Gianön ha esclamato: disobbedisco! E’ andato ed ha conversato col direttore Liguori. Si attendono sviluppi della situazione: tra i due chiaramente non c’è idilio. Antichità: l’unico campo in cui il passato ha ancora un futuro. Non ricordiamo chi l’ha detto, ma è proprio così. Tant’è che due lestofanti, a volto scoperto, si sono infilati a palazzo Ducale di Venezia, asportando due gioielli di immenso valore che facevano parte della collezione di uno sceicco. Colpo da maestri: incuranti delle telecamere, hanno aperto e rinchiuso la teca, filando poi con i monili in tasca. Ricerche per ora vane. Dalle nostre parti invece si devastano le panchine, si commettono corbellerie in serie: il convento passa questo. Spelacchio, l’abete triste e immusonito di Roma, ha fatto patine: diventerà probabilmente una casetta di legno. Sempreché tenga botta.

Alberto Gazzoli

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