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Elezioni: altro criterio per una scelta corretta
pubblicato il 3 febbraio 2018 alle ore 14:41
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Tariq Ramadan (in un'immagine d'archivio)

Breve riassunto delle puntate precedenti. Negli ultimi tre editoriali abbiamo trattato i seguenti temi: innanzitutto lo “status quo” dei nostri attuali governanti, insediatisi da oltre un quinquennio su scranni immeritati. Poi si è ragionato sulla palese differenza che esiste tra i grandi inventori (le menti geniali che hanno costruito il progresso della civiltà osservando le problematiche, analizzandole “cum grano salis” e risolvendole brillantemente) e i politici nostrani che, nella maggioranza dei casi, si limitano invece a stilare la lista della spesa di ciò che manca nella dispensa del Belpaese ma, una volta arrivati nella stanza dei bottoni, pensano solo a riempirsi la pancia al ristorante del “volemose bene” purché ci lasciate mangiare tranquilli.

Nella narrazione giornalistica della scorsa settimana, proprio in considerazione della valanga di irrealizzabili promesse elettorali che si sentono tutti i giorni (Oscar al M5S dove Grillo si è defilato prima di finire come Robespierre, detto l'Incorruttibile, che poi vide dalla cesta il suo corpo ghigliottinato) abbiamo quindi iniziato a valutare quali criteri adottare per cercare di non farsi abbindolare. Pur essendo consapevole di navigare controcorrente nel melmoso fiume frequentato dai pinocchietti, ho messo l’ideologia al primo posto. Riconosco che, col trascorrere dei secoli, il suddetto vocabolo abbia assunto accezioni negative, ma ritengo che codesta “scienza delle idee”, almeno nel caso specifico dell’odierna situazione politica italiana, si possa applicare come metodo pressoché matematico, e comunque storicamente statistico, allo scopo di ottenere una previsione attendibile in un settore imprevedibile come quello delle fandonie, pardon, dei fantasiosi “impegni elettorali”.  Mi spiego meglio estremizzando il concetto: riuscite a immaginare un laziale che tifa Roma oppure un comunista che canta “Giovinezza”… No, vero? Questo significa, a prescindere dai tanti proclami che si sentono echeggiare dai partiti in questa campagna propagandistica, che le verità sulla futura gestione della “cosa pubblica” si nascondono dietro le dichiarazioni d’intenti, ovvero nelle pieghe delle rispettive ideologie, se esistono. Diffidiamo perciò dei “tiepidi” che tendono a non esporsi, o peggio ancora di coloro che affermano: “noi non siamo né di destra, né di sinistra, vogliamo solo il bene dello Stato”; sì, certo: “Ma mi faccia il piacere!”. Mentre dalle proprie radici ideologiche, laddove sussistano e siano vere, qualsiasi esse siano, non si scappa. Se sei juventino, interista o milanista, continuerai ad esserlo; lo stesso vale in politica: appena ti troverai in una posizione di potere, riuscirai ad insinuare nel Dna delle decisioni prese il retaggio genetico della tua ideologia. E chi non ce l’ha? Pensa solo ai propri interessi. Di conseguenza, mettiamo da parte tutte le propagande subliminali che sfuocano la mente con i miraggi diffusi dalle sirene elettorali e concentriamoci (di stomaco o meglio di cuore) sull’ideologia degli interlocutori politici, ovvero: se siamo di sinistra, votiamo per i comunisti (ad esempio “Liberi e Uguali”) se siamo di destra votiamo per Lega e Fratelli d’Italia. Tutti gli altri non mi danno alcun affidamento, poiché odio la doppiezza della “politica liquida” che ogni giorno cambia parere o colore e l’ipocrisia dei “Ti dico e non ti dico”, dei “Vorrei ma non posso”. Occorrono fatti e decisoni chiare, concrete, ferme, senza fraintendimenti, false promesse o sogni irrealizzabili.

Nel disastro del Belpaese stiamo correndo a perdifiato verso il baratro. É sufficiente guardarsi attorno, senza fette di salame sugli occhi, per vedere cosa sta accadendo in questa nazione in tema di progressiva perdita, o peggio scomparsa, dei valori fondanti della nostra società: nel campo della famiglia, del lavoro, dell’occupazione, dell’impresa e soprattutto della sicurezza con criminalità dilagante ovunque come un viscido olio putrescente. Stiamo precipitando verso un presente e un prossimo futuro dove non vi sono più certezze, solo il folle grido “Eureka!” di chi vuole festeggiare con caviale e champagne la vincita di una mano di poker a bordo del Titanic che sta affondando. Quindi, ribadisco: l’ideologia politica dei candidati (con tutte le sottostanti peculiarità storiche, sociali e religiose) è la perfetta cartina di tornasole per riconoscerne il vero volto, spesso nascosto perché incipriato con il marketing televisivo e gli exploit comunicativi di scaltri “spin doctor” (coloro che si occupano di organizzare la campagna elettorale di un politico, gestendo le sue uscite in pubblico e impostandone i discorsi).

Poffarbacco, mi accorgo ora che sono finite le righe a disposizione per impaginare l’editoriale sulla Voce e non ho proferito parola sul secondo criterio indispensabile per poter decidere, con scelta intelligente, chi votare il 4 marzo. Vabbè, torneremo sull’argomento la prossima settimana, tanto abbiamo ancora tempo.

Per concludere, l’ultima annotazione sulla straordinaria fortuna di Tariq Ramadan, il teologo e professore di Oxford arrestato a Parigi con l’accusa di stupro plurimo. Lo studioso, idolo della gioventù islamica europea, intellettuale legato ai “Fratelli musulmani”, dovrà vedersela solo con la legge laica francese e non con la sharia, ovvero la giustizia oscurantista con la quale da anni lo stesso Ramadan flirta e secondo i cui dettami, l’esimio andrebbe subito lapidato. E vai con lo “ius soli”… (emoticon con la faccina che strizza l’occhio).

Marco Mantovani

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