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Cancellare Mussolini è come rimuovere la gabbia dalla torre
pubblicato il 12 febbraio 2018 alle ore 15:59
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La gabbia sospesa sulla Torre

Oggi pomeriggio, lunedì 12 febbraio, il consiglio comunale di Mantova dovrà esprimersi su una mozione “urgente” sottoscritta da quasi tutti i consiglieri di maggioranza. Il testo di quell’atto chiede in via definitiva la cancellazione di Benito Mussolini dal registro dei mantovani honoris causa, ovvero coloro che a vario titolo hanno ricevuto la cittadinanza onoraria. A Mussolini venne conferita nel 1924 col voto unanime dell’assemblea cittadina di allora, nella quale peraltro figuravano anche diversi ebrei.

Si tratta chiaramente di una mozione stupida e provocatoria, a prescindere dai giudizî morali spendibili sul capo del fascismo. L’innesco pretestuoso è dato dalla volontà di dimostrare che Mantova è una città antifascista che rigetta tutti i neofascismi. Dunque, nella sua debolissima logica, tale atto insegnerebbe che il male va estirpato alla radice, sia pure attraverso un atto simbolico: far finta che Mussolini da queste parti non sia mai passato, che nessuno abbia mai indossato o mai più indosserà una camicia nera, e soprattutto dimostrare alle future generazioni che la storia può essere scritta con il senno di poi.

Premettiamo, a scanso di equivoci, che a chi scrive queste righe di Mussolini e delle sue opere o nefandezze non importa più di quanto possano interessare tutte le cose recepite dai testi di storia, dal tempo dei faraoni in poi. Non siamo dunque nella condizione di dover difendere le “cose buone” del fascismo (Inps, Iri, Iacp, bonifiche, tredicesime ai lavoratori, previdenza eccetera), né in quella di dimenticare le sue nefandezze. Dubbio non c’è che Mussolini sia stato uno statista per certi versi all’avanguardia quanto pochi. Nemmeno però si pone in dubbio che abbia assurdamente mandato una generazione al macello, o che abbia aderito ai disegni criminali tedeschi per sterminare gente innocente. Il discutibile revisionismo storico, oggi tanto di moda, che punta a ridurre il numero degli ebrei deportati e uccisi, non riuscirà mai a spiegarci in termini umani, logici e civili il senso di togliere il lavoro a un medico condotto ebreo, o di caricare su un treno una Luisa Levi qualsiasi per farla sparire chissaddove. Ma la storia è piene di queste incongruenze e disumanità. Chiunque vada in Egitto oggi – per fare un esempio – rimarrà ammaliato dalle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Eppure nessuno mai si chiede quanti morti innocenti siano costate quelle piramidi, unica testimonianza superstite delle sette meraviglie del mondo antico. I faraoni che le fecero costruire, per impedire che ne fossero violati i penetrali e profanate le tombe, a lavoro finito erano soliti fare uccidere tutti gli architetti e le maestranze. Dunque, chiediamo, avrebbe senso oggi grattare il geroglifico che reca il nome del faraone criminale per rendere giustizia a tante incolpevoli vittime? In nome di che cosa? Con che logica?

In tempi e luoghi più prossimi a noi, ci spostiamo in corso Umberto I, a Mantova. Una delle vie principali della città è dedicata a un individuo denominato “il re buono”. Quella regale “bontà” tuttavia non aveva esitato ad autorizzare al generale Bava Beccaris i cannoneggiamenti su una popolazione affamata. Il fatto storico si commenta da solo, ma che fare? Cancelliamo Umberto I dalla toponomastica cittadina, e intitoliamo la strada all’anarchico Gaetano Bresci che uccise “il re buono” a Monza il 29 luglio del 1900? In nome di che cosa? Con che logica? Persino i nostri signori del rinascimento, i Gonzaga, non possono certo configurarsi come anime pie. Il sindaco Palazzi sta giustamente mettendo mano al recupero della “torre della gabbia” per farne un belvedere, un osservatorio panoramico. Eppure, da questo romantico disegno di rigenerazione urbana, non si cancella la natura disumana di quella torre. Gli ultimi interventi di recupero hanno riportato alla luce ?drammatiche scritte e graffiti nascosti per secoli sui muri dei piani bassi. La torre era infatti adibita a prigione. Per secoli fu riempita dalle feci dei carcerati; i quali, scrivendocelo sui muri, attendevano mesi o anni prima di risalire da quei sepolcri crudeli, e rivedere la luce dalla pubblica gabbia in cui sarebbero stati esposti. Da quella graticola “panoramica” avrebbero visto solo lo scherno dei cittadini, prima di conoscere il volto finalmente pietoso della morte che li avrebbe liberati dai vincoli della fame e della sete. Anche in questo caso, che fare? Chiediamo al sindaco di rimuovere quella gabbia, simbolo di torture e disumanità? Cancelliamo i graffiti che documentano su che vergogna fu costruita la gloria gonzaghesca? Già che ci siamo, perché non abbattere anche la chiesetta della Vittoria, in via Fernelli? Francesco Gonzaga e Isabella d’Este la fecero costruire a spese di un ricco ebreo, colpevole solo di avere rimosso un’edicola della Madonna dalla facciata della propria casa (primo esempio di antisemitismo conclamato e documentato in terra virgiliana). Oppure, oltre a tutti i nomi dei criminalissimi Gonzaga, ovunque una lapide li ricordi, perché non cancellare anche il nome di Silvio Gaetano Spiller e degli altri podestà fascisti nella sala comunale che ce li tramanda tutti assieme, indistintamente, dall’età post-unitaria a oggi?

La domanda è retorica e vuota, ma risponde a tono alla retorica altrettanto vuota di chi si illude, cancellando un atto o un nome, di emendare i vizî della storia. La quale è fatta di uomini non sempre esemplari, senz’altro, ma ormai cristallizzati in un tempo indefinito e in uno spazio universale, che emendare sarebbe impossibile, e cancellare altrettanto. Nessun neofascismo nasce certo dalla cittadinanza onoraria tributata 93 anni fa a Mussolini, ma nessun neofascismo verrà mai debellato revocandogliela. Semmai la storia dell’umanità sia perfettibile, tanto potrà avvenire solo sul buon esempio dei vivi, non certo sulla condanna senza appello dei morti.

Davide Mattellini

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