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I giovani si approprino della storia
pubblicato il 12 febbraio 2018 alle ore 17:14
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I giovani si approprino della storia

Venerdì 9 febbraio nell’aula del Senato la commemorazione del Giorno della Memoria per ricordare la tragedia delle foibe con l’arrivo delle milizie titine oltre il confine orientale del nostro Pease. L’orazione pubblica è toccata quest’anno al sindaco di una delle città più martoriate dalla furia espansionista del maresciallo Tito, quella Gorizia che a guerra finita si vide rastrellare casa per casa 1.048 civili, 650 dei quali mai più ritornati. Rodolfo Ziberna ha evocato “le immagini in bianco e nero che ci mostrano abbracci strazianti tra figli che partivano e genitori che restavano, incapaci di recidere le loro radici. Altri, nonostante l’età, sfidarono il viaggio e vissero gli ultimi anni in un campo profughi”. Prima le foibe e poi l’esodo, migliaia di morti senza un perché molti dei quali per il solo fatto di essere italiani, quindi in 350 mila hanno lasciato le loro terre segnati da un dramma collettivo, per fuggire dalla persecuzione e dalla privazione della libertà. Tanti sono gli esuli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia che abbandonarono casa ed affetti, rescindendo le loro radici e portando con se solo poche cose. Si indirizzarono verso l’Italia e qui, spesso, sono stati accolti se non con ostilità sicuramente nell’indifferenza. Per opporsi al ripetersi di simili barbarie bisogna conoscere questi avvenimenti per troppo tempo taciuti e che cominciarono ad imporsi solo dopo la caduta del Muro di Berlio, quando crollata l’ideologia comunista, si cominciò a parlare di avalli e connivenze e del rapporto Urss – partito comunista italiano. Ma solo nel 2004 il Parlamento istituì la Giornata del Ricordo delle popolazioni dalmate e di ciò che avevano subito, quindi era passato un tempo enorme durante il quale il silenzio fu assordante. 1945, la guerra è finita, sull’esempio dei protettori sovietici, anche i miliziani di Tito si affacciarono ai territori etnicamente “misti”  della Venezia Giulia, e a quelli integralmente ed indiscutibilmente italiani, con il rancore di chi si rivale con la tracotanza del vincitore. Il loro cammino fu disseminato di foibe, le fessure del terreno carsico che “inghiottirono”  italiani spesso ancora vivi. Tra i trucidati c’erano fascisti e collaborazionisti, ma molti italiani che rivendicavano semplicemente il diritto di continuare ad esserlo. Basterà dire che dalla foiba di Basovizza gli anglo – americani estrassero tra il luglio e l’agosto del 1945, 450 metri cubi di resti umani. Nostri connazionali di cui è stata annullata l’identità, morti senza una sepoltura riconosciuta. Gli istriani e i triestini erano angosciati perché gli Alleati procedevano troppo lenti verso nord, anche se Alexander aveva dato l’incarico di lanciarsi sulla Venezia Giulia al neozelandese generale Freyberg, che era uomo risoluto. Altrettanto risoluti, e mossi da bramosia militare ed ideologica, erano gli jugoslavi. Alcune migliaia di partigiani di Tito, “ stanchi e male in arnese “, appoggiati da cinque carri armati e da pochi reparti regolari, entrarono all’alba del primo maggio 1945 a Trieste. Per prima cosa disarmarono i partigiani e gli esponenti italiani del Comitato Nazionale di Liberazione. L’importanza che Tito attribuiva a Trieste è dimostrata dai tempi delle altre occupazioni: solo il 4 maggio Fiume e Pola, solo dopo il 7 maggio Lubiana e Zagabria. Ma i neozelandesi e le truppe anglo – americane che li seguirono, accettarono una ben strana situazione. Non ricevettero dal CLN, annullato, i poteri – come era accaduto nelle altre città italiane – e si adattarono a rimanere dietro una liena di demarcazione che lasciava loro il porto e le vie di accesso al mare, abbadonando il resto – ossia tutto – agli jugoslavi. La vera Trieste era in lutto. Tito voleva la Venezia Giulia con Trieste e per averle si era assicurato l’appoggio dell’Urss. Ecco una spiegazione della tiepida reazione italiana, che Tito contasse su un Partito Comunista italiano fra i più forti dell’occidente è verosimile. Alle parole seguirono i fatti. Il generale Dusan Kveder fu nominato governatore di Trieste (e Franz Stoka commissario politico), il tricolore italiano fu ammainato ovunque, i conti in banca furono bloccati e 170 milioni di banconote custoditi nella sede della Banca d’Italia trasferiti in Jugoslavia. Il 10 maggio l’esercito iugoslavo assunse il controllo di tutte le imprese, il che diede luogo a spoliazioni e rapine. Insomma, furono poste le premesse di un regime da repubblica popolare. La questione di Trieste metteva in imbarazzo i comunisti italiani, ma piuttosto goffamente Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano e del Comintern, liquidò le foibe come “giustizie di italiani (antifascisti) contro italiani (fascisti)”.

Gastone Savio

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