Sgominata la holding della frode fiscale, un arresto e 13 indagati a Mantova

MANTOVA – La loro specialità era offrire a livello professionale “servizi” di emissione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti, per consentire alle imprese beneficiarie l’abbattimento dei propri redditi imponibili, con realizzazione di svariati delitti in materia tributaria. Un’autentica holding della frode fiscale quella sgominata con l’operazione Billions condotta dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza e dalla Squadra Mobile della Questura di Reggio Emilia che vede indagate coplessivamente 201 persone. È stato inoltre accertato che 9 degli indagati avevano intascato oltre 80mila euro in quanto beneficiari di reddito di cittadinanza. Il blitz scattato ieri all’alba ha portato all’esecuzione di 51 misure cautelari oltre a sequestri per 24 milioni di euro. Gli inquirenti hanno individuato un’organizzazione composta da due cellule; una a Reggio Emilia, e l’altra a Mantova. Nella nostra provincia sono state eseguite cinque misure cautelari e una perquisizione. Gli indagati mantovani sono in tutto 13, tra i quali uno straniero. Agli arresti domiciliari è finito  Giorgio Bellini, 61enne individuato a Mantova, ritenuto un personaggio di spicco in seno all’organizzazione. Disposti inoltre gli arresti domiciliari anche per  Danilo Pitzalis, 28enne sardo residente a Montecchio Emilia e domiciliato a Viadana. Destinatari della misura dell’obbligo di dimora sono  Giambattista Donelli, 54enne di Mantova,  Salvatore Pecciarelli, 56enne di Viadana, e  Vittorio Regalia, 65enne di Porto Mantovano. Per tutti è stata emesso anche un divieto temporaneo a esercitare attività imprenditoriali, così come nei confronti di  Alfredo Morelli, 60enne di Marmirolo. Al termine delle operazioni gli agenti della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza di Mantova hanno sequestrato una Porsche, una moto Ducati, circa 11mila euro in contanti, orologi di pregio e documentazione varia. La presunta associazione a delinquere smantellata era composta, infatti, in modo estremamente strutturato: al vertice vi erano i capi che coordinavano dieci cellule operative che potevano contare su società di comodo (delle vere e proprie cartiere) per la emissione di fatture per operazioni inesistenti, di “prelevatori” professionali di denaro da sportelli bancomat e procacciatori di soggetti economici interessati ad ottenere servizi finanziari illegali. Al gradino più basso dell’organizzazione vi era una folta schiera di soggetti “prestanome” titolari di una miriade di società “cartiere” che non avevano alcuna struttura aziendale e che servivano solo per “produrre” fatture false. Eloquente a tal proposito una conversazione, captata dagli inquirenti, tra due indagati che scherzando si chiedevano ironicamente che cosa producessero le loro società, rispondendosi che “producono soldi”. A seguito di un sequestro effettuato nei confronti di un “prelevatore”, destinatario di misura detentiva, lo stesso aveva confidato alla moglie che essendo stato “bruciato” non avrebbe più potuto “lavorare” e sarebbe stato costretto a trovarsi un “lavoro vero”. Lo schema esecutivo dell’illecito prevedeva, dapprima, il pagamento integrale della fattura falsa da parte dell’impresa beneficiaria. Successivamente, tali disponibilità venivano prelevate in contanti dai richiamati “prelevatori”, soggetti al soldo dell’associazione con il compito di recarsi presso vari uffici postali ed effettuare prelievi frazionati, in modo da non superare le soglie previste dalla normativa antiriciclaggio. Infine, tali somme venivano restituite ai Capi dell’associazione che le retrocedevano alle imprese beneficiarie, al netto di una commissione per il “servizio” prestato. Tra le condotte contestate agli indagati vi è anche il reato di autoriciclaggio. I sodali infatti provvedevano, attraverso società create ad hoc, ad inviare bonifici all’estero in favore di imprese comunitarie sempre controllate dagli stessi, per un importo complessivo di 1,2 milioni di euro, giustificando le movimentazioni finanziarie quale pagamento di acquisti intracomunitari, rivelatisi fittizi. I fondi così trasferiti venivano poi re-investiti in attività commerciali localizzate sempre all’estero e riferibili all’organizzazione criminale. Sul versante comunitario, il sodalizio criminale aveva organizzato, altresì, una frode “carosello”, relativamente alla compravendita di autovetture dalla Germania.