MANTOVA Sei rinvii a giudizio – a fronte di una sola posizione stralciata per incapacità processuale – circa quanto concerne l’inchiesta principale, mentre in merito al secondo e più residuale filone processuale, parallelo al primo e istruito preventivamente a Milano, la relativa udienza preliminare è quindi slittata a dicembre stante un legittimo impedimento di uno dei difensori. Questo quanto deciso ieri dal gup Edoardo Zantedeschi nei confronti dei sette soggetti indagati a vario titolo per il fallimento super milionario della Mantova Petroli srl in liquidazione, dichiarata fallita nel luglio 2018 con un passivo appurato di ben 655 milioni di euro a fronte di un’evasione complessiva dell’Iva da 320 milioni.
Nello specifico chiamati ora a difendersi sul banco degli imputati, con avvio del processo collegiale fissato a maggio 2026, dalle accuse di bancarotta fraudolenta e distrattiva, falso in bilancio, evasione fiscale e auto-riciclaggio, il tutto aggravato dall’ipotesi di associazione a delinquere, manager, revisori e componenti del comitato di controllo della società di commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi che aveva sede legale in piazza Vilfredo Pareto, al Boma. Si tratta di Michael Peter Harald Draebing, (al tempo presidente del Cda e liquidatore della Mantova Petroli), Fabio Massimo Bussinello (amministratore delegato e presidente del Cda), Giovannino Chiaro (amministratore delegato), Renate Draebing Rauter (amministratore di diritto della Dipp Gmbh), Giovanni Alberto Cattaneo (membro del comitato di controllo sulla gestione della Mantova Petroli) e Matteo Bignotti (revisore contabile). Dichiarato invece incapace di prender parte al giudizio, in quanto malato oncologico, Andrea Bussinello, finito inizialmente nel registro degli indagati quale socio unico, presidente del consiglio di amministrazione e amministratore di fatto della Mantova Petroli nonché amministratore di fatto dell’austriaca Dipp Gmbh. Identica istanza, sulla scorta di perizia medica, ma respinta di contro in capo al già citato Michael Peter Harald Draebing, la cui partecipazione al processo è stata ritenuta possibile quantomeno in videocollegamento dall’Austria ove il classe 1957 risiede.
Le articolate indagini, coordinate dall’allora sostituto procuratore di via Poma Giulio Tamburini (oggi procuratore capo) ed eseguite dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Mantova, erano scattate in seguito all’accertamento circa un omesso versamento dell’Imposta sul valore aggiunto per l’anno 2015, dell’importo di oltre 119 milioni di euro, debito per il quale la società avrebbe concordato un piano di rientro mediante rateizzazione con i competenti uffici finanziari, ma il cui versamento tuttavia sarebbe stato di fatto interrotto già dopo la seconda tranche. Gli ulteriori approfondimenti investigativi delle Fiamme Gialle virgiliane avevano così consentito di rilevare analoga presunta situazione anche per l’annualità 2016, periodo di imposta in relazione al quale l’impresa, pur dichiarando la propria posizione debitoria nei confronti del fisco, avrebbe omesso di versare oltre 73 milioni di euro. Successivamente, l’accertamento aveva quindi riguardato anche l’annualità 2014 per la quale era stato rilevato e contestato l’omesso versamento di Iva per altri 21 milioni. In corso di indagini era stata altresì reperita copiosa documentazione sottoposta a sequestro, dalla cui disamina era emersa un’irreversibile situazione di dissesto finanziario e insolvenza che aveva indotto gli inquirenti a richiedere e ottenere, con sentenza del Tribunale di Mantova del 12 luglio 2018, la dichiarazione di fallimento della società per un passivo appurato di ben 655 milioni a fronte di un’evasione complessiva dell’Iva da 320 milioni. Ipotesi distrattive poste in essere dagli amministratori della società succedutisi nel tempo sulle provviste attive della stessa e concretizzatesi nella sistematica erosione delle finanze societarie che, sulla scorta di un fittizio contratto di cash pooling (contratto di tesoreria centralizzata tipico dei gruppi di imprese), sarebbero state trasferite all’estero, su conti correnti di una società di diritto austriaco, la Dipp Gmbh per l’appunto, detentrice dell’intero capitale sociale della fallita, distrazioni quantificate poi in oltre 75 milioni di euro. Il fatto che il denaro, costituente provento dei reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e omesso versamento dell’Iva fosse stato trasferito e reimpiegato attraverso la controllante di diritto estero, sempre riconducibile agli indagati, aveva portato alla contestazione, in capo agli amministratori dell’impresa, anche del reato di auto-riciclaggio per oltre 255 milioni. Inoltre ulteriore fattispecie di reato fallimentare, concernente la dissipazione del patrimonio della fallita, per 500mila euro, era stata contestata in relazione alla cessione di due rami d’azienda a favore di altro soggetto economico sempre riconducibile a uno degli indagati.

































