MANTOVA “Battaglia, Serpentino, Altobello, Castano, Governatore” sono alcuni dei cavalli ricordati nel volume «Il mito dei cavalli gonzagheschi» (Il Bulino) di Giancarlo Malacarne, presentato ieri nella Sala dei Cavalli di Palazzo Te. Un lavoro che dopo trent’anni torna in una nuova edizione ampliata, frutto di un’accurata ricerca d’archivio. Al tavolo dei relatori, oltre all’autore, erano presenti Gianluca Pradella, cavaliere e cultore di Storia equestre, il presidente di Palazzo Te Giovanni Pasetti e il presidente del consiglio comunale di Mantova, Massimo Allegretti. «Tutto ciò che leggerete nel libro non è scritto da “qualche fonte”, ma è storia», ha osservato Pradella, sottolineando come la forza dell’opera risieda nell’accesso diretto alle lettere e relazioni degli autori di cinquecento anni fa. Dai documenti emergono con chiarezza la diplomazia equestre, la capacità degli allevatori di comprendere la genetica e il ruolo del cavallo come simbolo di eleganza e prestigio del casato gonzaghesco. Malacarne ha ricordato come «trent’anni fa presentai la prima versione di questo libro: oggi l’opera si è triplicata, arricchendosi di migliaia di lettere». Fu Ludovico II a dare avvio all’avventura, inviando i suoi agenti in Europa per «insanguare» le razze locali e creare una stirpe destinata a diventare desiderata dai potenti. Nacquero così scuderie diffuse sul territorio, da Gonzaga a Pietole, curate dai cavallari che ne hanno segnato il destino. Il volume è ricchissimo di particolari tra cui, svelati da Malacarne: la tremenda moria dei cavalli nelle scuderie virgiliane del 1501 (si scoprì, infine, per avvelenamento), la morte per un problema ai reni nel 1524 di “Morel Favorito” (uno dei sei stalloni indicato nelle pareti della sala), il mito delle corse dei pali, dominate per decenni dai destrieri gonzagheschi. Centrale il dono diplomatico: Francesco II inviò quattro cavalli a Enrico VIII, contribuendo all’insanguamento del futuro purosangue inglese. «Il cavallo mantovano, grazie alle fattrici arrivate in Inghilterra nel 1600, ha esercitato una pressione decisiva sulla creazione del purosangue», ha concluso Malacarne, ricordando come il mito sopravviva nelle carte “ingiallite e scricchiolanti” dell’Archivio di Stato.

































