MANTOVA – Quattro certi, uno quasi certo. Allo stato dell’arte insomma sono cinque i candidati sindaci sulla griglia di partenza per la corsa verso via Roma in grado di coprire l’intero arco costituzionale. Messi “in orizzontale”, dall’estrema sinistra all’estrema destra, il leader di eQual e già lanciato con Potere al popolo Emanuele Bellintani con la civica di estrema sinistra “Dire fare città”. Quindi, a rappresentare il centrosinistra (principalmente Pd, Lista gialla, Italia viva e Sinistra-Verdi) l’assessore uscente all’urbanistica e all’ambiente Andrea Murari. E in posizione centrale dello schieramento di partenza un pentastellato. Il Movimento 5 Stelle, non voluto dalla coalizione che sosterrà Murari, in questi giorni sta decidendo il da farsi, e ogni riserva verrà sciolta il 9 febbraio. Riserva che, a quanto è dato sapere, riguarderà solo l’opportunità di presentarsi con simbolo e candidato proprî, e riguardo a quest’ultimo la voce ricorrente si orienta sull’ex consigliere regionale Andrea Fiasconaro, leader storico del movimento grillino in città.
Il fronte del centrodestra ha già ufficializzato Raffaele Zancuoghi che porta in dote il sostegno di Fratelli d’Italia, la civica di destra “Mantova futura” promosso da Salvatore Scalia, Forza Italia e la Lega, oltre ai varî soggetti moderati.
Chiude al momento il cerchio Luca de Marchi che scenderebbe in pista con la riedizione di “De Marchi per Mantova” già collaudata con successo nel 2015, quando ottenne i voti necessarî per avere un seggio in consiglio comunale. Peraltro de Marchi è stato il primo candidato a ufficializzarsi già nell’aprile dello scorso anno, e con lui a rappresentare l’estrema destra si sarebbero già pronunciati i movimentisti di “Progetto nazionale” e i leghisti antagonisti di “Patto per il Nord” lanciato dall’ex segretario lumbard on. Paolo Grimoldi.
A questo punto l’unica vera incognita significativa è rappresentata dal posizionamento del Movimento 5 Stelle, cui la compagine di governo uscente ha chiuso le porte mesi fa ritenendo di potere sviluppare un disegno politico di continuità con le forze che nel 2020 avevano sostenuto Mattia Palazzi, senza necessità di aggiungere altri tasselli. Ma proprio qui si innesca un problema politico a tutt’oggi irrisolto che delinea una crisi in casa dei Dem. Infatti, l’esclusione del M5S dalla formazione di centrosinistra va a collidere con l’orientamento nazionale e regionale del Pd che ha ormai scelto la formula strategica del “campo largo”, e che la segretaria nazionale Elly Schlein vorrebbe far diventare strutturale.
La discussione nel Pd al riguardo è aperta da tempo, anche se in linea di massima di indirizzi veri e proprî non ne sono stati stilati. Da anni nel principale soggetto del centrosinistra si consente di esercitare un buon grado di autonomia nei circoli territoriali, e quello del capoluogo in specie si è però dimostrato fin troppo autonomo.
Insomma, mentre il comparto provinciale sembrerebbe adesione agli indirizzi Schlein del “campo largo”, che include anche il M5S, la città va per conto proprio. Dato questo che porta un quid di “disobbedienza” agli organismi superiori, e nel caso del prossimo voto di primavera la non remota possibilità di una lista pentastellata antagonista.

































