Mantova Sette anni, quattro mesi e dieci giorni di reclusione per l’ipotesi principale di tentato omicidio, stante la riconosciuta equivalente tra attenuanti generiche e aggravanti. Questo quanto deciso ieri, all’esito del giudizio con rito abbreviato, dal gup di Reggio Emilia, Luca Ramponi, nei confronti del 42enne modenese finito alla sbarra per la brutale aggressione a colpi di lama perpetrata alla ex compagna, una 45enne di San Matteo delle Chiaviche, da lui accoltellata per strada a Guastalla il 2 dicembre 2024, all’esito di un faccia a faccia chiarificatore tra i due finito drammaticamente nel sangue.
Plurimi nella circostanza gli aggravi addebitategli dal pubblico ministero Denise Panoutsopoulos che, sulla scorta dei quali, aveva per lui chiesto dieci anni e otto mesi di carcere: dai futili motivi, nel caso di specie rappresentati dalla gelosia, nonché dalla pregressa relazione affettiva e dalla minorata difesa della persona offesa. Oltre a contestazioni accessorie afferenti il possesso ingiustificato di arma da taglio (il coltello da cucina portato fuori dalla propria abitazione), resistenza a pubblico ufficiale e violenza privata.
Dal novero di tali ulteriori addebiti il giudice ha però escluso, in quanto ritenuto non sussistere, quello della minorata difesa, prosciogliendo altresì l’imputato dai futili motivi per mancanza di querela di parte e disponendo al contempo una provvisionale in favore della parte lesa di 25mila euro, oltre al risarcimento dei danni da stabilirsi in sede civile. Per l’avvocato Guido Sola, difensore del 42enne, tale sentenza pare abbia tenuto conto delle particolari condizioni di stress psicofisico in cui verteva quel giorno il proprio assistito.
Stando alle risultanze investigative dei carabinieri, l’uomo – di Castelfranco Emilia e sottoposto alla custodia cautelare in regime domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico – non rassegnatosi alla fine della loro relazione, era riuscito a incontrare la ex a Guastalla il giorno prima col pretesto di farsi accompagnare per acquisti. Ma l’indomani, dopo aver passato la notte insieme, una volta in auto nei pressi della rotatoria di via Cisa Veneta, l’aveva assalita attingendola con un coltello alla gola. Lei era uscita dalla vettura, ma lui l’aveva raggiunta continuando a infierire. Ma un testimone oculare, il 22enne camionista di Verona Alen Halilovic, non aveva esitato a bloccare il potenziale assassino riuscendo altresì, in quegli attimi concitati, a documentare alcune fasi dell’aggressione. Dopo l’accoltellamento il 42enne si era così allontanato a tutta velocità salvo, qualche ora dopo, venire intercettato dai militari dell’Arma lungo la statale 12 a Maranello, dov’era iniziato un inseguimento verso Pavullo fino alla frazione di Torre Maina ove il fuggiasco era stato tallonato e infine costretto a fermarsi. Durante l’udienza di convalida del fermo, in tribunale a Modena, l’allora indagato aveva consegnato uno scritto al gip in cui descriveva il profondo malessere psicologico che lo avrebbe afflitto nei mesi precedenti, chiedendo scusa tanto a lei quanto ai suoi familiari, nonché dichiarandosi nella circostanza «del tutto incapace di spiegare, e spiegarsi, come fosse stato possibile da parte sua un gesto tanto efferato e folle non compatibile con una persona mai capace di comportamenti violenti e aggressivi nella propria vita». Parole di ravvedimento dapprima manoscritte e quindi ripetute pure in avvio di udienza preliminare innanzi alla stessa vittima, anch’essa presente in aula e costituitasi parte civile con l’avvocato Nicola Tria, nel corso dell’audizione cui era stata chiamata a sottoporsi anche la sorella dell’imputato, quest’ultimo a fronte di apposita perizia psichiatrica già ritenuto pienamente capace di intendere e di volere al momento del raid delittuoso e dunque del tutto processabile.
In particolare, circostanza cui si era prettamente concentrata la testimonianza della donna quella relativa alla telefonata ricevuta dal fratello ad accoltellamento avvenuto e poco prima di venire bloccato dai carabinieri e in cui sostanzialmente, oltre a descrivere quanto da lui appena compiuto, avrebbe palesato l’intento di farla finita. Per l’avvocato Tria il verdetto conferma l’impianto accusatorio: «si è trattato di un tentato omicidio, da cui la mia assistita è uscita viva per miracolo poiché accoltellata al collo con la lama andata ad intaccare la struttura ossea di una vertebra e, come accertato, anche solo un minimo discostamento della lama avrebbe coinvolto strutture anatomiche vitali (vasi venosi e arteriosi) con elevato grado di probabilità di un esito fatale».






























