Home Eventi Paolo Ruffini: “Comicità, disobbedienza e tenerezza”

Paolo Ruffini: “Comicità, disobbedienza e tenerezza”

MANTOVA Andrà in scena lunedì all’esedra dei Palazzo Te lo spettacolo “Din don Down – Alla ricerca di (D)io”. Lui, Ruffini, lo racconta così.
Come si costruisce il lavoro tra comicità, disobbedienza e tenerezza?
«Si costruisce non occupandosi del pubblico, cioè facendo in modo che, come un po’ ai vecchi tempi, non è chi fa il mio mestiere che cerca il pubblico, ma è il pubblico che ti cerca. Questa cosa credo che si sia un po’ persa. Le luci e i microfoni accesi, una volta, stavano sul palco, che era illuminato e in cui gli attori potevano parlare ed esprimere i loro pareri, la loro voce, i loro speech, i loro monologhi, la loro prosa a voce alta. Adesso è tutto rivolto verso il pubblico: la platea non è più spenta, i microfoni e le luci sono sulla platea e quindi noi dobbiamo occuparci sempre che qualcuno non si offenda.»

Fare teatro con la disabilità è una scelta che vincola o è un’opportunità? Come è stato lavorare con i ragazzi?
«Per me è una grande opportunità, non è una scelta che vincola, anzi, è una componente che ti dà delle possibilità straordinarie. Le persone con la sindrome Down hanno fisiognomicamente una maschera da commedia dell’arte straordinaria, quindi sono dotate di una fisicità e di un’empatica diverse dalle persone che hanno cromosomi geneticamente “normali”. Questo li rende anche molto interessanti dal punto di vista attoriale: sono persone che non riescono a essere false, alcune dicono molto bene le bugie, quindi questo è l’attore perfetto.»
Come si traduce, nella vita quotidiana e nel teatro, il concetto di vera inclusione che lei rivendica?
«L’inclusione avviene quando non è sottolineata. Quando qualcuno andrà in un ristorante stellato e si troverà un cameriere con la sindrome Down o disabile che porta due piatti e farà un sorriso, quella sarà inclusione. Il vero cambiamento, la vera rivoluzione avverrà quando non c’è differenza, cosa che io faccio sempre. Io non faccio spettacoli di beneficenza, non dico che faccio spettacoli con i disabili. Hanno fatto tutti un provino, è una compagnia che si è unita e io lavoro con questi attori al posto di lavorare con altri, quindi non c’è nessuna forma pietistica e non c’è nessuna agevolazione.»
Nel sottotitolo del suo spettacolo lei parla di “La ricerca di (D)io”. Cosa significa per lei questa doppia lettura tra Dio e l’Io?
«Il sottotitolo è la cosa a cui poi tengo ancora di più, perché è “La ricerca di (D)io”, ma con la D tra parentesi, perché alla fine è la ricerca di “Io”. La maggior parte delle volte mi sono accorto che, se si prega Dio, è un pochino come se le cose si potessero dire anche a noi stessi, forse perché davvero Dio è dentro di noi. Questa è una cosa che credo fortemente.»