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“I figli dell’odio”: il reportage che dà voce all’umanità dietro il conflitto

Mantova Il clima di relativo benessere presente nel Vecchio Continente porta spesso gli occidentali a considerare i conflitti presenti e continui sparsi per il globo un problema lontano che difficilmente possono avere conseguenze tangibili sulla vita quotidiana. Questa illusione è stata parzialmente smossa dall’inizio della Guerra in Ucraina, tuttavia sempre più con un’attenzione economico-finanziaria piuttosto che umana. Dal quel 24 febbraio 2022, si sta però assistendo ad un numero sempre più consistente di guerre, nello specifico il costante attacco di Israele contro la Palestina. Il bombardamento iconografico cui gli spettatori sono sottoposti, rischia di rendere il dolore e la morte un aspetto giornaliero con il quale è necessario fare l’abitudine. Si dimentica talvolta che oltre lo schermo si trovano esseri umani ed è pertanto fondamentale addentrarsi nelle storie dei singoli per comprendere le reali dinamiche di ciò che si sta verificando. Un mirabile lavoro di reportage lo sta svolgendo in tal senso Cecilia Sala che al Festivaletteratura si è confrontata con Veronica Fernandes in merito al suo nuovo libro “I figli dell’odio”. Il titolo apre già ad un quesito, ovvero com’è possibile nascere ed odiare per principio? La reporter entra nella vita delle persone e cerca di elevarsi al di sopra delle semplificazioni ed è in tal senso esemplificativo il dialogo avuto con un padre palestinese che ha perso il figlio. Il primo è stato salvato dalla prigionia negli anni 90 grazie agli accordi di Oslo, pertanto crede fortemente nella mediazione europea e statunitense. Il secondo è invece cresciuto in un clima di maggiore repressione, dove assiste sempre più ad una limitazione della propria libertà. Quest’ultimo credeva nella ribellione attraverso l’uso delle armi tanto da unirsi ad un gruppo di rivoltosi. La famiglia scoprirà tutto ciò solo al momento del suo funerale e si renderà conto di non aver mai compreso cosa quel diciannovenne avesse nella testa. Sono due facce della medaglia razionalmente difficile da comprendere, eppure in un luogo della terra, dove la contrapposizione è normalità, ci si trova a fare i conti con eventi paradossali. La straordinarietà della reporter sta soprattutto nella capacità di mostrare la realtà in ogni sfaccettatura, lasciando da parte le sue idee personali. Aveva già utilizzato questo approccio nel suo primo libro “L’incendio” e lo ha replicato con il secondo. Ha sciorinato le condizioni dei paesi in quali è stata attraverso le storie personali e famigliari di chi quei luoghi li vive. Menzione anche alla sua incarcerazione avvenuta qualche mese fa in Iran. Era stata rinchiusa in una cella dove non c’era né un materasso né una brandina e neppure un cuscino. Il sonno era reso impossibile da una luce a neon perennemente accesa. Si tratta del tentativo del governo iraniano di prosciugare ogni briciolo di volontà e autodeterminazione dei prigionieri, spesso rinchiusi senza un reale motivo. La stessa ha concluso il panel commentando così questa esperienza: “È tutto diverso ma va tutto bene”.
Giada Dall’Asta