MANTOVA – Il modus operandi, in buona sostanza, sarebbe stato questo: individuare le pratiche di ricostruzione post sisma dove risultava esserci una “vacanza” della ditta esecutrice dei lavori e quindi “suggerire” al progettista (e in un caso anche al privato stesso) di rivolgersi a una ditta ben precisa, quella che faceva riferimento al padre del tecnico che suggeriva. Prima udienza, dopo una serie di rinvii tecnici, per l’ultimo filone del processo “Sisma”, ovvero quello ordinario in cui sono chiamati in causa i restanti sei imputati sui ventuno totali, che secondo l’accusa avrebbero avallato il paventato sistema corruttivo messo in piedi dall’architetto Giuseppe Todaro e dal padre Raffaele.
Davanti al collegio presieduto dal giudice Giacomo Forte hanno risposto alle domande della pm mantovana Michela Gregorelli e della collega bresciana Claudia Moregola, quattro testimoni.
Il primo a presentarsi è stato il geometra libero professionista che denunciò la situazione di pressione attuata da Giuseppe Todaro, all’epoca tecnico esterno per la ricostruzione post sisma nei comuni di Borgo Mantovano, Poggio Rusco e Magnacavallo. Proprio a Magnacavallo doveva essere attuata una pratica di ricostruzione per la quale Todaro avrebbe detto al professionista di affidare l’incarico alla Bondeno Costruzioni, in sostanza per evitare non meglio precisati problemi e per arrivare a incassare l’intera cifra preventivata e non decurtata di oltre 50mila euro. Non solo: il professionista avrebbe ricevuto una visita di un rappresentante della ditta, sempre per essere invitato ad assegnare loro l’incarico e lo stesso Giuseppe Todaro avrebbe telefonato al privato che aveva chiesto di avviare la pratica, paventandogli il rischio di perdere tutto il contributo post sisma se i lavori non fossero stati assegnati alla ditta. Omettendo, ovviamente, che quella ditta era riconducibile a suo padre.

































