Home Cronaca Università, per sopravvivere serve “sposare” un altro ateneo

Università, per sopravvivere serve “sposare” un altro ateneo

Mantova I numeri sono incoraggianti per quanto riguarda le iscrizioni e la qualità dei corsi, nonché i progetti di incremento dell’offerta formativa. Nell’anno accademico 2024-’25 sono state registrate 1.735 iscrizioni, di cui 609 le nuove immatricolazioni. Il tutto ripartito fra i numerosi corsi di laurea in musica del Conservatorio, fra quelli della sede mantovana dell’Università di Brescia in economia aziendale e scienze infermieristiche e fisioterapiche, quelli di ingegneria informatica dell’ateneo di Modena-Reggio Emilia, cui si è aggiunto anche il corso in chimica verde; e infine, i corsi più gettonati, quelli per la laurea in architettura del Politecnico milanese, di cui Mantova è diventata una valida dependance forte di 615 iscritti, che rappresentano ben più di un terzo della popolazione studentesca complessiva.
Ma se Democrito ride, come suol dirsi, Eraclito piange, e nel caso i motivi di contrizione sono almeno un paio. Intanto, la scarsità di risorse per mandare avanti la struttura e per dare corso ai necessarî investimenti; quindi, il mai del tutto sopito sogno nel cassetto di dare a Mantova un ateneo autonomo. Quest’ultimo problema è stato portato all’attenzione del consiglio comunale dal capogruppo di Forza Italia Pier Luigi Baschieri nell’ambito alle proposte di modifiche e integrazioni al documento di programmazione dell’ente (Dup).
Mantova da trent’anni ambisce a avere un proprio ateneo autonomo, ma è consapevole che lo Stato difficilmente riconoscerà tale status giuridico alla fondazione UniverMantova. Tantopiù che sul territorio nazionale coesistono ormai 61 università statali con personalità giuridica di diritto pubblico, oltre alle 20 università non statali legalmente riconosciute, alle 11 telematiche non statali riconosciute e ai 7 istituti universitarî di ricerca a ordinamento speciale.
«Per tale motivo – ha spiegato Baschieri in consiglio, illustrando la sua integrazione, comunque bocciata dall’aula – serve un “matrimonio” tutto da costruire politicamente e giuridicamente con un’altra università statale sul modello UniMoRe. Il modello delle università articolate a rete di sedi prevede un unico ateneo con un’unica sede legale ma con più sedi decentrate in comuni diversi. Questo modello permette all’università di essere presente sul territorio attraverso varie strutture didattiche o di ricerca, offrendo un accesso più capillare all’istruzione universitaria».
Argomenti, questi, riconosciuti peraltro dalla relazione programmatica della Fum per il prossimo triennio, la cui gestione risulta sempre meno sostenibile sotto il profilo economico. «Perdura oramai da anni la forte riduzione delle entrate pari al 50,40% di contributi dei soci fondatori – si legge nella relazione –. Le risorse finanziarie della Fondazione hanno fatto registrare un assestamento delle stesse dall’anno 2020».
E quindi l’allarme: «Appare peraltro evidente che, razionalizzando le spese di struttura oltre un certo limite, non rimangono significativi margini di manovra, si pregiudicano i servizi attualmente erogati e si pone in dubbio la stessa sopravvivenza del sistema». Tantopiù che dei soci fondatori, da oltre un decennio la Provincia non eroga più nemmeno un centesimo; tutti gli altri enti (Comune, Cciaa e Confindustria) hanno invece dimezzato il budget destinato a via Scarsellini, che così ovviamente non può più andare avanti.