La giusta distanza. Quella che va dalle architetture del sommo Bach al graffio doloroso di Weinberg. Ma anche quella che divide – e unisce, in un’adesione di avvincente potenza – compositore e interprete, e interprete e pubblico, in un disegno circolare che è scia luminosa di puro incanto. Un’altra serata da incorniciare, nella Stagione dell’OCM, dopo il concerto che aveva visto protagonisti il violino di Ilya Gringolts e la viola di Lawrence Power. Lo scorso martedì 12 febbraio, in un Bibiena in cui non un posto era rimasto libero, era il violoncello immaginifico di Mario Brunello a farsi cantore di un percorso d’ascolto che già nel titolo aveva trama e destino. Una chiave di lettura per pensare e, soprattutto, ripensare pagine arcinote come le bachiane Suites, attraverso la lente scorciata del confronto con esiti più appartati del Secolo Breve ma, forse ancor prima, il doveroso risarcimento alla statura di un gigante del Novecento come Mieczysław Weinberg, testimone e al tempo stesso cantore dei suoi orrori più crudi. Questo il perimetro di una traversata che perdersi sarebbe stato imperdonabile. E, una volta salpati, la capacità del traghettatore Brunello era quella, rara, di farsi guida e spettatore lui stesso del miracolo che orizzonti percorsi chissà quante volte sanno ogni volta spalancare. Sorgivo e intimo, il soliloquio che il violoncellista di Castelfranco Veneto disegnava sul tracciato della prima Suite era, in realtà, un dialogo intimo con la voce bachiana, con la sua eterna risonanza: un dialogo che la frequentazione di un’intera vita rendeva immensamente libero nel fraseggio, apparentemente estemporaneo nell’impalpabile filigrana dei suoi umori. Pagine che, accese da una fantasia scapricciata al servizio di un sacro rispetto, sembravano scorrere come mercurio, senza stanghette di battura, belle e mutevoli come il cielo, la vita, la sorte. Un flusso di coscienza che, dopo il soave Preludio, il compassato capriccio della Corrente, chiedeva alla Sarabanda di riportare il baricentro alla sua devota preghiera, prima di sciogliersi nella sequenza dei due Minuetti, nei loro riccioli impertinenti sfuggiti ad un’acconciatura perbene e, quindi, nel rustico, festoso danzare della Giga finale. L’archetto curvava, a scandirne i passi di danza, geometrie morbide, scavate con indulgenza, quasi smaterializzate nel declinare la frase anche nei suoi non detti, stanando da quella cordiera affiorata dai boschi di oltre quattro secoli fa, un camerismo dell’anima. I profili di frase arrotondati, i pesi alleggeriti, quasi a mimare una danza ad un palmo da terra, gli spigoli impettiti di alcuni ritmi trattati con il garbo della maturità. E nell’annunciato gioco di specchi tra l’uno e l’altro – cambiato l’archetto per trovare la giusta ruvidezza al suono, – la figura di Weinberg si annunciava, austera, tragica, nel dolente Adagio della prima Sonata op. 72, anch’essa abitata dagli spettri di implicite polifonie, dai tiranti di segreti contrappunti. Nelle mani di Brunello, il magnifico Maggini dei primi dei Seicento si faceva veicolo medianico, magnete per uno stato di trance che risvegliava dalle sue profondità le voci dei morti, dei secoli, del tempo. E l’ariosa eleganza bachiana, la sua divina compiutezza, faceva posto ad un pianto ad occhi asciutti, ad un canto querulo, implorante nella voce nasale che lo rendeva quasi guaito, così impellente da farsi aggressivo. Ogni nota, negli intervalli ampi di armonie stridenti, sgraziate, era graffio urticante, disperato, come lo sono le parole dette sul baratro dell’ultimo passo. La trasognata ironia di un picaresco valzer dava la tinta all’Allegretto centrale, grottesco architrave al barbarico Allegro finale, dove il profumiere Brunello pescava dalla cordiera la sinfonia di un’intera compagine orchestrale: il metallo rilucente degli ottoni, la spietata sentenza delle percussioni, gli abissi dei contrabbassi. Immenso. Quando si approdava alla seconda parte, era un colore petrarchesco – Solo et pensoso i più deserti campi … – a dare il passo ad un viaggio più irregolare, disseminato di dislivelli, asprezze, sfide. Ancora, al centro di quella costellazione, l’invocazione tesa, dolorosa, della Sarabanda, solitaria stella polare di un viaggio omerico, con Brunello capace, come Ulisse, di curvare il poderoso arco al disegno di una fantasia che lo riportava sui propri passi, sui sentieri percorsi come pane quotidiano, ad ammirare ancora una volta l’uguale e il diverso del creato, là dove il sentiero bachiano incontrava, nella consorella tonalità di Re minore, di nuovo la figura di Weinberg, con la sua terza Sonata. Ancor più dilaniata, abitata da sorde, lontane fanfare, dal loro
sciame sonoro incombente fino a diventare trionfalistico canto militaresco. Un canto subito spezzato in dissonanze come brandelli di carne viva, nei bicordi esibiti come trofei di un’oscena, ostentata festa della morte. Dalle cavità dello sferzante Allegretto, procedente per folate fredde, taglienti, si faceva largo un motivo scanzonato che sfociava nell’ossessivo perpetuum mobile del Presto finale. Polverizzato in frammenti scheggiati, interrotto dalla continua morsa di silenzi imposti, con il canto costretto a rifugiarsi in zone impossibili, sovracute, nel suo vano falsetto che conduceva ai perentori, inappellabili, accordi finali. Il termine del viaggio. Si applaudiva quasi a malincuore, come chi, a malincuore, si desti da un sogno.
Elide Bergamaschi




























