CREMONA Silhouette alta e sottilissima, dita affusolate, da prestigiatore, Nicolò Umberto Foron è una delle promesse del folto vivaio di talenti che in questi ultimi anni caratterizzano il panorama musicale italiano. Colto, eclettico, naturalmente proteso, con la curiosità tipica della giovinezza e dell’intelligenza, sulle grandi sfide, sugli enigmi da sciogliere. Eccolo, allora, alla testa di quella signora compagine quale è l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, strumento reattivo, duttile, pulsante, in occasione del primo concerto della Stagione Concertistica del Ponchielli di Cremona. Lo scorso sabato sera, in un teatro da (quasi) tutto esaurito, il direttore ventottenne ha condotto il pubblico in un percorso d’ascolto di singolare fascino e di assoluta densità, aperto dal raro trittico Les offrandes oubliées, folgorante prova d’esordio di un ventiduenne Olivier Messiaen, pagina che già annuncia, nella tensione mistica che la abita, nella visionaria ricerca a scandagliare la luce sonora, la cifra e la statura del compositore che verrà. Qui, nei tre pannelli che, dalla Croce conducono all’Eucarestia, attraversando il tumultuoso terreno del Peccato, la fede si incarna in fili tesi di polifonie ordite a maglie strette, trasfigurate, vibranti di quella materia che dalla sua stessa sostanza trova progressiva sublimazione fino a polverizzarsi in un vibrante silenzio. Una cattedrale in cui entrare immergendosi nel pulviscolo ieratico, dolente come dolente è il cammino dell’esistenza terrena, del primo pannello, e che si fa di colpo ruvido, urticante, nell’evocazione centrale della fallace condizione umana per poi innalzarsi, tersa, verticale, di fronte al corpo di Cristo. là dove compare l’eucarestia. Armonie trafiggenti, pescate come lame di luce dai violini, affioranti dall’ingresso, puntualissimo, cantato, dei fiati. Un cenacolo di voci attorno al lento trascolorare delle cose, lo sguardo stupefatto, estatico, davanti alla muta rivelazione del divino incarnato in ogni segno, svaporato nel suggello di una preghiera pronunciata alle soglie del silenzio, a labbra chiuse. E dalla totalizzante visione di Messiaen, il concerto proseguiva inoltrandosi nel fitto del mondo mahleriano, dove accoglieva la voce morbidissima di Fleur Barron, perfetta a smerigliare, nel burro di un colore caldo e duttilissimo, quella dolorosa, oscura foresta di ombre, presagi, reminiscenze che è il ciclo mahleriano dei Kindertotenlieder, I Canti per i bambini morti, che il compositore scrive nella fatidica estate del 1900, mentre è alle prese con la genesi della sua Quarta Sinfonia, pescando dall’universo poetico di Rückert. Un’esistenza frantumata che riaffiora per schegge, visioni trasognate, sussulti e allucinazioni, e che procede con passo sghembo, incespicante. Qui il viandante schubertiano è definitivamente penetrato nel fitto di un mondo da cui non si esce indenni. È un mondo che non perdona, quello annidato nelle cinque stazioni di questo viaggio nelle proprie ombre: l’apprendistato solitario, definitivo, dell’inevitabile precarietà del tutto, il sapore dell’addio che pervade ogni gesto, l’odore del margine che si affaccia sul nulla, il ricordo che si fa rovello, ossessione, delirio. Come già riscontrato nell’affresco precedente, il gesto esatto, più garbatamente geometrico che avvolgente, del direttore, percorreva le pagine di questo personale itinerario del dolore – quel dolore che aveva ispirato il poeta e che, di lì a qualche anno, avrebbe colpito anche Mahler, con la perdita dell’amata figlia Maria – cogliendo solo in parte le preziose sollecitazioni del mezzosoprano irlandese, fermandosi prudentemente sulla soglia di quel mondo perturbante, torbido, immerso in una nebbia ipnotica che, per essere attraversata, necessita di un’adesione senza riserve. Il profumo della Quarta, anziché avvolgere la trama di queste miniature buie e trasognate, era vaga promessa aleggiante, lontana, spazzata via dal magnifico caleidoscopio delle Danze Sinfoniche di Rachmaninov, partitura intrisa di nostalgia e ambiguità, dove il vitalismo ritmico convive con l’ombra insistente del Dies Irae, in un’orchestrazione lussureggiante che guarda al colore come veicolo primario d’espressione. Tra tra le pagine più struggenti del compositore nato a Kiev e morto nella lontana California, con il cuore eternamente spezzato tra i successi del nuovo mondo e le nostalgie del vecchio. Applausi scroscianti.
Elide Bergamaschi

































