Home Eventi Tempo d’Orchestra. Da Parigi a Istanbul l’avvincente itinerario musicale con Pasztircsák e...

Tempo d’Orchestra. Da Parigi a Istanbul l’avvincente itinerario musicale con Pasztircsák e Schultz al Bibiena

ocm5_3755957

Mantova Parigi Istanbul. Era un itinerario lungo eppure breve, reale e insieme onirico, quello su cui un Orient Express di note invitava a salire, lo scorso 5 novembre, in occasione del secondo appuntamento di Tempo d’Orchestra. La stazione era un Teatro Bibiena finalmente ritrovato, perfetto – seppure un po’ freddo, per le temperature dell’autunno ormai inoltrato – per gustare l’intimità di istantanee rubate, scatti catturati con mano febbrile lungo la rotta che unisce, in un arabesco erratico, Occidente e Oriente. Affascinanti guide erano la voce di Polina Pasztircsák – zona centrale morbida e brunita, acuti e gravi più opachi e faticosi – e il pianoforte Jan Philip Schultz, tela di prezioso, sorvegliatissimo incalzare al dipanarsi del canto. Dalla Ville Lumière – dove ad attendere l’ascoltatore sulla banchina stavano l’esuberanza di Berlioz, tutta vapori e aneliti, il sublime tedio di Poulenc, tra ore vuote e passi strascicati, e l’impressionistica irrequietezza del guizzante bozzetto firmato da Duparc – si approdava a Strasburgo, ad incontrare le sponde del Reno e il lezioso, ingenuo carillon caricato da Mahler. E ancora, in carrozza verso Monaco di Baviera, ad immergersi in una natura scalpitante, tutt’uno con il desiderio amoroso della voce narrante, per poi deviare verso la Milano di un giovane Verdi, dalla scrittura irta di sfide, e la Venezia notturna, introversa e cullante, ritratta da un Mendelssohn di passaggio nel suo Grand Tour. Dopo la sosta italiana, l’Orient Express riprendeva la sua placida rotta verso est, toccando il punto apicale nella Vienna della Belle Époque e dei café chantant, ritratti con civettuola eleganza da Johann Strauss II e da Rudolph Sieczynski, per poi inoltrarsi definitivamente verso la più oscura Mitteleuropa, dove l’ungherese Pasztircsák tiene cuore e radici. In una resa di vibrante intensità per adesione emotiva e affilato scavo nei singoli accenti della parola, l’interprete si tuffava letteralmente in un teatro di ombre, di asprezze, di improvvise esplosioni di ebbrezza, attraversando col passo di chi si sente a casa la Bratislava di Bartók, con la sua poesia sibillina ed amara, lontana anni luce dalla ruffiana seduttività viennese, la Budapest di Kodály e di Dohnányi, con il suo micidiale gioco agogico di rubati e rapinosi accelerandi, la sublime Bucarest di Enescu.
Fino al mare. Di qui, l’Atene evocata dal pennino magico di Ravel, in una scrittura imbevuta di preziosismi che guarda alla fiaba e che gonfia i polmoni di un pianoforte-orchestra, di là l’Istanbul scura di Fazil Say, raccontata in una nenia struggente tutta ossessioni ed echi strozzati. Volti, profumi, storie, nostalgie. Un viaggio che inanellava mondi. Due bis, con la mozartiana Aria di Pamina a fare da suggello alla serata.