Giacca, raso, qualche abito delle serate importanti, corpi freschi dentro il Teatro Regio, sorrisi e selfie davanti alla scenografia. La prova Under 30 di Nabucco è forse la fotografia più incoraggiante del Festival Verdi: ragazzi che entrano in un teatro che a Parma è un santuario per misurarsi con un linguaggio che, fuori da qui, rischia di apparire sempre più remoto. Se il melodramma vuole sopravvivere ai suoi attuali custodi, deve anche questo: scendere dal piedistallo, farsi esperienza, tornare necessario. Il resto lo fa Verdi. Nabucco, secondo dei tre titoli del Festival Verdi 2026, va in scena al Teatro Regio il 3, 11, 18 e 24 ottobre, con Francesco Lanzillotta sul podio e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. È un’opera arcinota; eppure, ancora capace di sorprendere, come accade ai monumenti quando, invece di lasciarsi contemplare, ricominciano a parlare. La strada da seguire, per Pier Luigi Pizzi, 97 anni alle porte e nessuna voglia di abbandonare il teatro, è quella dei colori. Più che regista, qui Pizzi si fa armocromista, ripescando dal fondo del suo immenso baule le tinte già viste nello Stiffelio di Piacenza: bianco, nero, una luce fredda, quasi astratta, geometrie tagliate a vivo in uno spazio asfittico. Gli Ebrei sembrano già un popolo consegnato alla memoria, fantasmi della storia prima ancora che la storia abbia finito di consumarli. La Menorah, torreggiante sul fondo, dichiara la natura sacra del conflitto, prima di essere abbattuta dai Babilonesi. Poi, per accenni sempre più evidenti, arriva il rosso. Dapprima un tappeto, sgargiante in tutto quel pallore, l’evocazione del sangue invocato da Nabucco sulla stirpe di Sion. Quel sangue, via via, finirà per prendersi tutto: scena, cielo, spazio. Un rosso ostinato, pervasivo, che fa di Nabucco una storia di violenza, peccato, macchia. Ma il punto non è il sangue. O non soltanto. Perché il Nabucco di Verdi, sotto la superficie biblica e patriottica, è soprattutto l’istante in cui un uomo costretto a credersi Dio scopre di essere uomo. È la presa di coscienza di una mente accecata dalla passione del potere. La Bibbia, del resto, per Verdi non è un repertorio di simboli astratti: è racconto, storia, materia viva. Il fascino di quei versi che Solera ricava dal salmo non sta soltanto nella loro nobiltà letteraria, ma nel «profumo di Scritture» che il compositore vi riconosceva. Quella storia antica può così diventare presente, concreta, persino brutale. E il realismo verdiano nasce anche da qui: dal prendere sul serio l’uomo, soprattutto quando è più scellerato. Il protagonista, invece, da nero soldato tra i soldati, nel momento fatidico della catarsi veste di viola. È qui che la trovata cromatica di Pizzi smette di essere una trovata. Il viola è la macchia che resta separata dal sangue, il colore di un uomo che deve precipitare fino in fondo prima di poter risalire. Peccato nel peccato, ma anche primo segno della redenzione. Nabucco, infatti, interessa a Verdi non perché sia il cattivo da abbattere, ma perché è un uomo da comprendere. Come Macbeth, come Jago, come Attila, è l’oggetto di uno studio sulle ragioni profonde della passione e della colpa. Quando perde la corona, perde soprattutto l’illusione di essere invulnerabile. E quando, nel terzo atto, arriva a implorare non più il potere ma la vita della figlia, è la musica a dire ciò che le parole ancora non sanno dire: presa di coscienza e desiderio coincidono. È questo, in fondo, il realismo verdiano. La regia di Pizzi va dunque al punto vivo dell’opera: il rapporto con il sacro. Un Dio invocato, presente proprio nella sua apparente distanza, contro un uomo che si crede Dio. Lo chiama Michele Pertusi, uno Zaccaria nobile fino all’ultima sillaba. Lo smalto appare qua e là lievemente incrinato dagli anni, la classe no; e con essa resta intatta quell’intelligenza sottile nella compensazione, nella ridistribuzione, nel sapere dove mettere il peso della frase quando la voce non può più concedersi tutto. Anche schiavo, anche sottomesso, Zaccaria conserva una regalità intrinseca. Dio è negli ultimi. La sua preghiera è uno dei luoghi nei quali anche Lanzillotta trova il proprio Verdi: quello della pazienza, del cesello, del crescendo costruito senza frenesia, con l’attesa preziosa del climax. Altrove la misura del direttore sembra invece diventare eccesso di sorvegliatezza. L’Ouverture è precisa ma qua e là, nelle sue campate, sembra perdere mordente, qualcosa si sfarina nell’articolazione ritmica, nel nerbo; tutto è garbato, controllato, disciplinato al punto da trattenere tra le mani il fuoco della scrittura. Quello, di certo, arriva altissimo da Lidia Fridman. La sua Abigaille è una creatura della notte, una regina delle tenebre: pelle, guanti viola, spalle e lunghissime gambe nude, chioma color miele, un metro e ottanta di androgina bellezza. Un’amazzone, una soldatessa spietata e fatale. Ma è soprattutto la voce a costruire la minaccia: blocco unico di precisione affilata, di vampiresca cattiveria distesa su ottave e ottave, musicalità purissima, capace di incastrarsi nei fraseggi dell’orchestra con assoluta naturalezza. Le tiene testa Ariunbaatar Ganbaatar, un Nabucco musicalissimo, plastico, magnifico nella sospensione attonita dell’ultimo quadro, ma talvolta vittima delle proprie straripanti qualità, a cominciare dalle secchiate di decibel che finiscono per consumare proprio quella regalità che Verdi gli disegna addosso, abbozzandone invece un’altra, spesso caricaturale, sovradimensionata, poco addentrata nelle intime ragioni del pensiero verdiano. Poi, però, la voce si rimodula. «S’appressan gli istanti» diventa un pizzo di sfumati, mezze tinte, attonito sgomento. È il Nabucco che interessa davvero a Pizzi: quello che non domina più, quello che comincia a perdere l’armatura. Ed ecco che il viola può diventare anche altro: il colore del penitente, del mistico, dell’uomo restituito a sé stesso. Il Coro del Teatro Regio, preparato da Martino Faggiani, è magnifico proprio per sottrazione: morbido, interiorizzato sulla parola, dolente senza compiacimento. Uno strumento tra gli strumenti. È facile chiamare Verdi «papà dei cori», ma qui il coro non è un monumento né un fondale: è una voce drammaturgica che bilancia e insieme amplifica la solitudine dei protagonisti. Quando arriva «Va, pensiero», il canto si fa immateriale, preghiera più che inno, mentre la massa orchestrale si solleva lentamente e la tromba, lontana, occhieggia come un richiamo, sia esso monito o miraggio. È forse il momento nel quale la misura di Lanzillotta trova la sua ragione più compiuta. E forse è anche il momento in cui conviene liberarsi del mito di Nabucco. Perché l’opera non è semplicemente «quel coro lì». Il coro è la sua icona, ma il suo centro segreto è altrove: nella trasformazione di un uomo che perde Dio quando si proclama Dio e lo ritrova quando rinuncia a sé stesso. Fenena, Laura Verrecchia, è sempre corretta senza concedersi, se non in rari momenti davvero alti, la libertà di diventare intrigante, come il suo strumento vocale le consentirebbe. Ismaele, Ben Reisinger, è allo stesso modo inappuntabile per puntualità e nitore, senza tuttavia torreggiare. Ma il centro della serata resta il triangolo Nabucco-Abigaille-Zaccaria. Poi, il cerchio si chiude. La torre dorata di idoli apparsi sul fondo crolla di schianto: il convertito Nabucco ha ordinato la distruzione degli dei falsi e bugiardi. Abigaille, finalmente pentita, torna in scena. Umana, morente, bellissima. Il rosso ha consumato tutto; in questo mondo di cenere, il viola può finalmente diventare il colore del perdono. Nabucco non viene salvato perché vince. Viene salvato perché rinuncia a vincere. Applausi, ovazioni per Pertusi. E fuori, ancora quei ragazzi della prova Under 30. Gli stessi che all’inizio fotografavano il teatro, il raso, la scenografia, adesso hanno negli occhi un’opera di quasi due secoli fa che parla di potere, fede, violenza, colpa e perdono. Forse il futuro del melodramma passa da qui: non dalla sua conservazione, ma dalla possibilità che qualcuno, entrando per la prima volta in un teatro, ne esca con una storia ancora addosso. Il resto è Verdi.
Elide Bergamaschi


























