TRENTO Un omaggio lungo un mese. Sulle vie del Maestro, a connettere sentieri e valli nel segno di quei luoghi che, per anni, lui aveva scelto come rifugio dell’anima in cui cercare silenzio e ispirazione e smaltire le tossine di una vita sotto i riflettori, quando le star non erano gli influencer ma i grandi artisti. Nei trent’anni dalla morte, l’omonimo centro di documentazione ha onorato l’arte insuperata di Arturo Benedetti Michelangeli con l’edizione numero 14 del Festival nato in suo nome, là dove lui amava stare per studiare, pensare, camminare fino allo sfinimento. Diciannove eventi di superba caratura dislocati tra Rabbi e Cles, Andalo e Molveno, Rovereto e Levico in una rassegna che, come spesso accade nelle realtà montane, è esempio felice di come concretezza e buone prassi possano fare da lievito ad un’idea di comunità allargata. In questa edizione costellata da nomi di prima grandezza del firmamento pianistico internazionale tra cui Grigory Sokolov, Arsenii Moon, Eduard Kunz e Gala Chistiakova, a suggellare la rosa di proposte è stato il doppio appuntamento, gli scorsi 23 e 24 agosto, con l’arte sopraffina di Elisabeth Leonskaja, protagonista prima al Teatro Zandonai di Rovereto, insieme ai Cameristi della Scala diretti da Umberto Benedetti Michelangeli, di una serata mozartiana, poi di un recital solistico, all’Auditorium del polo scolastico di Cles, interamente dedicato a Franz Schubert. Un nome ahinoi raro, in Italia, quello dell’affascinante pianista georgiana, che da solo racconta un condensato di storia del pianismo lungo ottanta primavere, e che ben rivela lo spirito di questo Festival, da sempre interessato a costruire percorsi cercati anche al di fuori dei nomi consueti e dei programmi più scontati. Anche per questo non era possibile mancare. Con noi, ad ascoltarla nella seconda delle due serate era un pubblico sorprendentemente numeroso e attento, segno di una semina che, nel corso di queste edizioni, è stata feconda. E l’impaginato schubertiano – autore da sempre prediletto dalla pianista – metteva a confronto differenti momenti della febbrile quanto breve parabola dell’autore: i quattro Impromptus D 899, la Wanderer Fantasie D 760 e la Sonata in sol maggiore D 894. Pagine concepite in stagioni e scenari emotivi differenti, che le dita di Leonskaja hanno percorso infinite volte, come una sorta di breviario quotidiano. Oggi, il pianismo un tempo monumentale dell’artista cresciuta sotto l’ala protettrice del sommo Sviatoslav Richter è raggrumato attorno ad una filigrana sottile, sebbene ancora attraversata da lampi di imperiosa sontuosità; la sua narrazione a luce naturale, struggente e sempre pudica è, se possibile, ancor più rivelatrice, là nel fitto del bosco da cui ci parla, delle magie che lascia affiorare. Ora il suo Wanderer ha gambe più esitanti, il passo in alcuni momenti appare affaticato nell’autunno inoltrato in cui si muove; il suo incedere rivela le irregolarità del terreno, le sue durezze. Ma, da questa angolazione, le cose che dice suonano ancor più vere, ancor più toccanti. Non si è fatto intimorire dal sentiero, dal buio che talora lo coglie a tradimento e gli fa smarrire la via, proprio quando sembrava aver individuato la giusta direzione. Ed è ancora qui, caparbio, devoto, a srotolare a voce sommessa, quasi fosse una confidenza per pochi, la sua lunga, immaginifica tela. Il primo Impromptu aperto con gesto plateale, in levare, come una quinta teatrale affacciata sul vuoto, e l’abisso, dietro, ad attendere, per un istante che pareva infinito, il passo incespicante del viandante. Un racconto in retrospettiva, lasciato scorrere con indulgenza e disincanto, nel legato quasi immateriale che nel secondo Impromptu era battito d’ali, vaporosa, fugace carezza accennata con dita tremanti, con una reticenza che lasciava sottesa qualche nota, come un incresparsi della voce, mentre la danza pungente della mano sinistra avvolgeva un racconto quasi snudato di pedale. Con gli altri due, il viaggio si inoltrava nelle tinte più scure, ma anche più dense, con il canto dolente del terzo – un’unica arcata tesa sull’acquatico fondale che, improvvisamente, si impennava in sepolcrali accenti, in brucianti contrasti tra il rasserenato maggiore e l’incombente minore che ne attraversano la trama – e con le ultime, petrose parole del quarto. Il canto del congedo; tutto Schubert in questi quattro mondi che erano mille, che erano uno. Ciò che rimane, nella maturità di un artista, è la verità: quel che resta e che vale anche quando, soprattutto quando, il cristallo del pianismo di un tempo inizia a rivelare i segni di sbeccature, ruvidezze, ferite. Sempre più, mentre il panorama concertistico sforna a profusione inappuntabili macchine da guerra, si ha sete di figure come questa donna dalla bellezza senza tempo, sacerdotessa senza posa alcuna di un’esistenza a contatto con l’anima delle pagine. Nel segno di un’introspezione via via più dichiarata, di un’interlocuzione con testo più urgente erano anche i quattro pannelli della Wanderer Fantasie, risolta con sorprendente souplesse, quasi con indulgenza, privilegiando la trasparenza delle linee e il colore crepuscolare della malinconia, come si ripensa ad un giovanile errore, fino allo sbarramento del proibitivo finale, dove la salita richiede polmoni giovani e fiato da ciclisti. Se sopito era il mordente della sua sfacciata esuberanza, in questa Wanderer c’era invece la proiezione sublimata di uno sguardo che, dall’alto, tutto abbracciava: non solo l’avventuroso incedere, ma anche – nell’Adagio centrale – la sepolcrale nudità, il disarmante senso di immobilità, di vanità del tutto, di un viaggio che non ha mai la consolazione d’una certezza. Lo Schubert della prima giovinezza qui guardava già a quello di una manciata di anni dopo, gli ultimi di una vita bruciata a nemmeno trent’anni, a pagine come la lancinante Sonata D 894 che, in una serata in avvincente crescendo emotivo, Leonskaja scolpiva con estatico raccoglimento, stanando dalla cordiera quella misteriosa, intima serenità di un affresco a larghe tese oscillante tra i profumi di valzer e un Lied alegiante nell’aria di un tardo pomeriggio che volge ormai a sera. «Rimanga lontano dall’ultima parte chi non ha fantasia per scioglierne l’indovinello», scriveva sibillino Schumann. Qui, a Cles, l’arcano calava la maschera, e rivelava l’incanto.
elide bergamaschi






































