Mantova Dichiarazione di inammissibilità per tutti i ricorsi presentati tranne uno, afferente nella circostanza una precipua fattispecie di minaccia a fini estorsivi, e quindi sentenze di secondo grado divenute definitive per tre imputati su quattro. Questo in sostanza quanto deciso ieri dalla Corte di Cassazione nei confronti delle impugnazioni presentate a vario titolo dalle difese e dalla procura della Direzione distrettuale antimafia di Brescia circa il procedimento con rito abbreviato scaturito dall’inchiesta “Sisma” relativa alla ricostruzione post terremoto del 2012 nel Mantovano e al presunto sistema corruttivo messo in piedi per facilitare la concessione di contributi pubblici destinati al ripristino degli immobili danneggiati. Segnatamente, ad impugnare quanto deciso lo scorso gennaio dalla Corte d’Appello di Brescia erano stati, da una parte i Pm della Dda della “Leonessa”, Claudia Moregola e Michela Gregorelli, a fronte in primis della riconfermata esclusione anche in secondo grado dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa ascritta in via principale agli accusati e poi non riconosciuta anche in tale ultimo grado di giudizio, e dall’altra le difese di tre imputati giudicati e condannati anche in appello con rito alternativo: Giuseppe Todaro, architetto di Reggiolo fino al 2021 tecnico esterno incaricato di istruire le pratiche per la ricostruzione di edifici privati in alcuni comuni del cratere sismico virgiliano, condannato in seconda istanza a sei anni e otto mesi, suo padre Raffaele, condannato a tre anni e dieci mesi, e il bresciano Claudio Pasotti, quest’ultimo accusato di false fatturazioni e per questo condannato a un anno e due mesi convertiti in lavori di pubblica utilità. Avverso un quarto imputato invece, Enrico Ferretti, promotore finanziario di Guastalla condannato in primo grado a un anno e sei mesi e quindi assolto in appello per non aver commesso il fatto, si era mossa la sola procura anti mafia. Unico ricorso ammesso quello relativo a una singola fattispecie di minaccia a scopo di estorsione contestata in capo a Todaro Junior, respinta in precedenza e quindi ora ammessa con rinvio a un ulteriore processo d’appello. Un quadro inquirente appurante al contrario un giro di mazzette e ricatti in nome degli interessi della cosca Dragone-Ciampà di Cutro, secondo la direzione distrettuale antimafia, in grado di mettere le mani sui lavori post sisma nella provincia mantovana. Un’ipotesi su cui sin dal principio si erano fortemente avversate le difese, sostenitrici del supposto della cessata esistenza fin dal maggio 2004 della summenzionata cosca di ‘ndrangheta, vale a dire dall’assassinio del boss Totò Dragone per mano dei rivali storici dei Grande Aracri. In particolare ritenuti epicentro dell’ipotizzato “castello” corruttivo legato all’affidamento degli interventi edilizi alle imprese, proprio l’architetto Giuseppe, nipote del defunto boss, e il padre.






































