Home Eventi La lezione di Nucci: quando il dettaglio diventa teatro

La lezione di Nucci: quando il dettaglio diventa teatro

Ufficialmente, la firma di Leo Nucci è quella della regia. Ma quando si tratta di lui, parlare semplicemente di regia è riduttivo: la sua impronta finisce per attraversare ogni fibra dello spettacolo, insinuandosi nei gesti, nei tempi, nei rapporti fra i personaggi, persino nel modo in cui una frase prende corpo. Nella Bohème andata in scena il 2 e il 4 ottobre al Teatro Municipale di Piacenza, ripresa dall’allestimento nato nel 2019 per Opera Laboratorio, ogni dettaglio sembra obbedire a una precisa idea di teatro: aderire al testo con meticolosa fedeltà non per consegnarlo all’ovvio, ma per spalancarne le possibilità. È un lavoro di cesello, quello di Nucci, che rifugge tanto la sovrastruttura quanto il facile effetto. La soffitta di Carlo Centolavigna, con la grande vetrata che apre lo sguardo sul Quartiere Latino, non è soltanto un luogo scenico: è il piccolo universo da cui quei ragazzi guardano il mondo, con la fame, l’incoscienza e la fiducia spropositata che appartengono alla giovinezza. Il Café Momus esplode invece nella febbrile allegria del Natale, in un brulichio di vita che non ha nulla di cartolinesco; alla Barrière d’Enfer la luce cambia, l’aria si fa gelida, la Parigi dei sogni lascia spazio a una periferia cupa, quasi estranea al resto della città. E quando si torna nella soffitta, quella stessa stanza non è più la stessa: ciò che nel primo atto era promessa, gioco, spavalderia, è ormai il luogo dove la giovinezza viene a fare i conti con la propria fragilità. È forse qui che la lettura di Nucci trova la sua cifra più autentica: nel sottrarre La bohème alla retorica della commozione per restituirle, attraverso la concretezza, tutta la sua ferocia. La morte di Mimì arriva perché prima abbiamo visto vivere quei ragazzi. E quanto più sono veri i loro gesti, tanto più devastante diventa il precipitare finale. Dentro questo impianto, le voci trovano spazio per costruire personaggi, non semplicemente ruoli. Claudia Pavone è una Mimì intensa e partecipe, capace di dare alla protagonista una vulnerabilità mai esibita, sempre trattenuta entro una linea di canto sorvegliata e sensibile. Il suo incontro con Rodolfo non indulge al sentimentalismo: è il miracolo, semplicissimo e irreversibile, di due solitudini che per un momento si riconoscono. Rodolfo era Davide Giusti, voce dal colore pastoso e dallo squillo naturale, capace di sostenere con sicurezza la tessitura e di conferire al personaggio una giovanile immediatezza. Nel rapporto con Mimì evita di costruire un eroe romantico da cartolina: è soprattutto un ragazzo, con l’entusiasmo e le paure di chi scopre troppo presto che l’amore non basta a mettere al riparo dalla vita. A rubare la scena, senza mai tradire l’equilibrio dell’insieme, è Mariam Battistelli. La sua Musetta è una creatura di teatro nel senso più pieno del termine: seducente, sfacciata, guizzante, ma attraversata da una tenerezza che emerge senza bisogno di sottolineature. Gli acuti svettano con sicurezza, gli svolazzi vengono articolati con una disinvoltura quasi insolente, mentre la presenza scenica le consente di dominare ogni momento del personaggio. E proprio perché dietro la fatale seduttrice si avverte sempre la donna dal cuore grande, il suo gesto verso Mimì nell’ultimo atto acquista un peso emotivo autentico. Fabrizio Brancaccio tratteggia un Marcello di bella incisività, con una recitazione sorvegliata e una vocalità che sa imporsi senza appesantire il quadro. Fernando Cisneros e Diego Maffezzoni confermano il lusso di un quartetto maschile costruito con interpreti giovani e già pienamente consapevoli delle esigenze del palcoscenico: Schaunard e Colline non sono figure decorative, ma partecipano alla vicenda con una precisa individualità. Il secondo, in particolare, trova nel celebre addio alla Vecchia Zimarra un momento di composta umanità, lontano da ogni tentazione di facile sentimentalismo. Di rara eleganza il contributo di Dario Giorgelè, chiamato a dare corpo tanto al petulante Benoît quanto all’Alcindoro di autoritaria comicità. Due figure che rischiano facilmente la caricatura e che qui vengono invece scolpite con misura, intelligenza teatrale e una notevole qualità della parola scenica. Ma una Bohème così intimamente teatrale non potrebbe funzionare senza un’orchestra capace di respirare insieme alla scena. Vincenzo Milletarì, alla testa dell’Orchestra Filarmonica Italiana, asseconda e insieme alimenta la lettura di Nucci con una direzione duttilissima, attentissima alle minime inflessioni della partitura. La sua è una concertazione che non si limita a restituire la tinta orchestrale: ne individua il profumo. Gli strumenti diventano voci, commentano, anticipano, sottolineano senza mai invadere; il fraseggio segue l’azione con naturalezza e la dinamica si piega alle esigenze del teatro. Ne risulta una Bohème in cui il dettaglio orchestrale non è ornamento, ma drammaturgia. E, del resto, proprio questo il punto di forza dello spettacolo: la capacità di non separare mai ciò che accade in buca da ciò che accade sul palcoscenico. La partitura di Puccini, la parola, il gesto e lo spazio sembrano appartenere a un unico organismo. E in questa prospettiva torna utile anche la lezione di Nucci interprete, la sua idea del canto come parola che deve farsi carne, intenzione, relazione. Una concezione che qui si traduce in un lavoro paziente sui giovani interpreti, ai quali il Maestro consegna i segreti di una bottega antica: non formule, ma strumenti per rendere credibile ogni gesto, ogni silenzio, ogni accento. Il coro del Municipale, preparato da Corrado Casati, partecipa con puntualità e vivacità alla grande macchina del Café Momus, mentre le Voci bianche del Conservatorio Nicolini aggiungono quella freschezza sonora che appartiene intimamente alla pagina pucciniana. Alla fine, le ovazioni di un teatro esaurito certificano il successo di una produzione che ha il raro merito di non inseguire l’effetto, ma di costruirlo. La commozione arriva perché prima è arrivata la vita: rumorosa, sgangherata, innamorata, povera, febbrile. La vita di quei quattro ragazzi che sembrano avere davanti un’eternità e che invece, senza saperlo, stanno già consumando i giorni migliori. È questa, forse, la più autentica lezione della Bohème di Leo Nucci: tornare all’antico, come suggeriva Verdi, non significa imbalsamare il capolavoro, ma restituirgli la possibilità di sorprenderci ancora.

elide bergamaschi