Home Eventi La solitudine di Norma, eroina senza perdono e senza rogo

La solitudine di Norma, eroina senza perdono e senza rogo

CREDITS Roberto Ricci

L’ondata è passata. A rimanere è un palazzo visto dal cortile interno, ferito a morte dai recenti scontri. Eppure, oltre le macerie che ne oltraggiano la sagoma, la sua antica bellezza sembra resistere, sfregiata ma non domata. Sulla pietra druidica che funge da altare, il corpo di un giovane strappato troppo presto alla vita viene vegliato, unto e ricomposto da un gruppo di donne. Una scena di laica pietas, ai margini della storia, in un universo in cui la guerra è roba per uomini, mentre il muto dolore è roba per donne. Per questa Norma andata in scena nelle scorse settimane al Regio di Parma, la regia di Nicola Berloffa, che già avevamo applaudito a Piacenza, si conferma nella lineare efficacia di leggere il testo belliniano e di proiettarlo, senza alcuna eccentricità, in un’atmosfera proto-quarantottina. Come a dire, quasi sottovoce: se nelle vene del libretto firmato da Felice Romani scorre sangue antico, nelle pieghe della sua musica Bellini instilla semi di Risorgimento. E la sontuosa architettura di questa residenza che fu, oggi frontiera tra il bosco sacro dei Druidi e il quartier generale dei Romani, è presenza che non abbandona mai la scena, nemmeno quando l’azione si porterà nell’abitazione privata di Norma, una casa di bambole in cui la sacerdotessa vive asserragliata, incastonata come scatola cinese nel mondo di fuori che preme, che minaccia. Bellini maestro di ombre, di filati lunari, di chiaroscuri, qui trova, ad esaltarne la cifra, le luci di Simone Bovis, lame nette che interrompono una notte che sembra non aver fine e che seguono con pazienza, con rispetto, l’agire delle umane vicende. In buca, il pennello è affidato alla conduzione di Renato Palumbo, un condensato di stringatezza e di illuminato mestiere che restituisce – complice anche una Filarmonica Italiana di duttile prontezza e di bella strumentalità – le tante anime di questa partitura, i suoi contrasti brucianti, i suoi sfrontati azzardi, troppo spesso ovattati nella memoria dell’ascoltatore medio dall’opale della sua incantata superficie. Sin dalla Sinfonia iniziale, a sipario ancora chiuso, resa con febbricitante asciuttezza, con l’esaltazione impressa nella velenosa leggerezza degli archi, con il vento nei fiati che si posano su ciò che resta, dopo la battaglia: tutto suona già incalzante, fatale, già deciso. Tutto respira, anche i silenzi, anche le esitazioni; e su questa polvere si posa il canto svaporato di melodie infinite, incorporee. Fiori del male che rilasciano il loro profumo in uno spazio sonoro che si dilata e ci parla da lontano, dal bosco, dal mondo che ci è impedito di vedere ma che, anch’esso, incombe su di noi. Nei costumi ottocenteschi di Valeria Donata Bettella, le figure si muovono tra le scene di Andrea Belli in un mondo che le abita da dentro; gli stessi soldati, feriti, mutilati, stanchi di una guerra che non è la loro, hanno il medesimo colore delle pietre scrostate. Sul loro incedere dolente si posa l’eroismo pacato di Oroveso, un Carlo Lepore che spiega, in terra verdiana, come parola scenica sia concetto universale e senza tempo, con un legato di rara morbidezza e accenti scolpiti in ogni sfumatura. È calda e virile, la sua voce di saggio; le sue parole di roccia, parole mai esaltate che conoscono il dolore, la privazione, l’attesa, ridanno momentaneo conforto alle spossate schiere dei Galli, serviti al millesimo dal superbo coro del Regio preparato da Martino Faggiani. Nulla sospetta, questo padre saldo come le querce della foresta, dell’intimo tradimento della figlia, una Vasilisa Berzhanskaya che si immerge nelle vesti della tragica sacerdotessa sfarinando, sotto la luce di una luna impietosa, l’atteso Casta Diva con algida, a tratti compiaciuta eleganza, in un legato di impalpabile consistenza. La sua è ancora una presenza distante, ancora sconosciuto è il suo cuore. Ci sarà tempo per il furore, l’angoscia, le saette di una disperazione che per un attimo le farà accarezzare il pensiero più inconfessabile di uccidere i propri figli (qui interpretati dalle bravissime Gilda Modena e Grace Vittoria Marangi); sarà qui che l’interprete russa riserverà i suoi colpi migliori, affidati ad uno strumento capace di esplorare con timbro rotondo e pieno le corde estreme del fuoco e della pece, del rovello e della nemesi più efferata. Accanto a lei, Adalgisa ha la nobiltà fiera di una convincente Maria Laura Iacobellis. Sarà lei, dopo averne sconquassato il cuore, a fornire a Norma la mano tesa di una comprensione tutta femminile, di un tacito comprendersi che è radice di sorellanza. Il suo duetto d’amore sull’ara con Pollione – un Dmitry Korchak di belle intenzioni che gestisce non senza fatica, attingendo al doppio serbatoio della classe e del mestiere, un ruolo che ne mette alla prova la tenuta, è da applausi. Come lo è, poco dopo, quello con Norma dove, su una zattera disperata che ne mette le solitudini una di fronte all’altra, si scoprono le carte. Quando tutto affiora e lo scandalo è pubblico – perché anche questo è Norma: l’imperdonabile fragilità delle passioni, la desolazione di una donna che sa di essersi fatta terra bruciata, l’impasto di veleno e di dolore di chi comprende, senza poterlo urlare, di aver messo in gioco la vita propria e del proprio popolo per un amore che si scopre miserabilmente indegno – quell’interno di palazzo milanese che è il mondo oltraggiato dei Galli sembra rovinare a terra con loro. La guerra appare nel suo vuoto guscio insensato. Pollione, condotto di fronte ad un Oroveso ammutolito che, di lì a poco, lo decapiterà, in una vendetta tutta privata, trova ad attenderlo Norma, rea confessa, spogliata dell’aura di vergine sacerdotessa, tragicamente libera di poter confessare la sua colpa, mentre dalla buca si alza, spossata, una melodia che è reminiscenza, che è alito di quella vita, ormai agonizzante, che è già memoria. Non finirà tra le fiamme purificatrici, in un riconciliante, ricomposto ordine delle cose. Sarà linciata dalle donne del suo popolo, erinni cieche e spietate, indurite dalla vita e dall’incapacità di vedere l’umanità. Incapaci di perdonare.

 Elide Bergamaschi