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Sanremo visto da chi in passato vi ha partecipato: intervista a Mario Castelnuovo

MANTOVA Raffinato e poetico, capace di coniugare suggestioni letterarie e musicali in uno stile personale e sofisticato, Mario Castelnuovo è il protagonista della nostra intervista “sanremese” dedicata ai protagonisti delle edizioni passate del Festival. Cantante, cantautore e da qualche anno anche apprezzato scrittore, se è vero che la sua carriera musicale si sviluppa principalmente tra gli anni 80 e 90, Castelnuovo non si è mai fermato e tutt’oggi tiene concerti su e giù per l’Italia.

Partiamo dal Festival di quest’anno: hai avuto modo di guardarlo?

«In maniera molto sporadica, lo ammetto. Non per snobismo, ma perché negli ultimi anni ha imboccato una strada – passatemi il termine – troppo “giovanilistica” e preconfezionata, dove ti dicono persino come ti devi vstire. Lo dico da semplice osservatore, senza polemica: sembra il trasferimento di Mediaset alla Rai. Ma se il Festival si riduce allo scalo di chi arriva da Amici o dagli altri talent allora perde la sua essenza. Con rispetto parlando, stento veramente a comprendere i parametri con cui vengono scelti i partecipanti».

Che spiegazione ti sei dato?

«Sono da sempre contro l’omologazione dell’arte e della creatività. L’esatto contrario di quanto avviene oggi. Peccato perché ci sono fior fiore di artisti e musicisti molto bravi con una gavetta importante alle spalle che meriterebbero quel palco».

Tra poco ci torniamo. La tua carriera comincia negli anni 70 quando frequentavi il mitico Folk Studio.

«Sì, ma solo come spettatore. Non ci ho mai suonato, ma c’ero sempre anche perché era praticamente dietro casa mia. È stato un periodo bellissimo perché si respirava la voglia di sperimentare e di emergere, forse perché non c’era la “cappa” conformista” di oggi; prima c’era veramente il desiderio di dire qualcosa sapendo che poteva arrivare la tua occasione».

Se ti dico Amedeo Minghi cosa mi rispondi?

«Fu lui a scoprirmi e a farmi conoscere al grande pubblico, procurandomi un contratto con la It, l’etichetta di Vincenzo Micocci per cui incideva lo stesso Amedeo. Gli sarò sempre grato».

L’omaggio del Festival a Pippo Baudo ti avrà sicuramente fatto riaffiorare vecchi ricordi legati al tuo esordio.

«Pippo Baudo era una persona colta e sensibile, oltre che un gran conoscitore di musica e un uomo di spettacolo d’altri tempi. Era sempre pronto a darti qualche suggerimento prezioso. Nel 1981 presentai il mio primo singolo “Oceania” in una competizione canora riservata ai nuovi talenti all’interno del programma Domenica In presentato proprio da Baudo».

E nel 1982 debutti al Festival con “Sette fili di canapa, brano ipnotico ed evocativo apprezzato da critica e pubblico che dà anche il titolo al tuo primo album, ancora prodotto da Minghi. Eppure quel testo, unitamente al titolo, generarono non poco scompiglio. Cosa successe?

«I versi di quella che era una favola alla rovescia recitavano: “C’erano sette Cristi a Follonica ed un ateo sul Sinai bivaccava e aspettava”, oltre al riferimento alla canapa. Qualcuno ipotizzò che fosse un’ode alla droga (ovviamente niente di più falso, ndr) e la Rai minacciò di bloccare la canzone. Su ordine della prefettura mi ritrovai i carabinieri in albergo ed io dovetti spiegare riga per riga il significato del testo, che poi potetti tranquillamente eseguire senza censure».

Torni a Sanremo nel 1984 con “Nina” (e in seguito anche nel 1987 con “Madonna di Venere”), quella che probabilmente resta la tua canzone di maggior successo. E stavolta il testo non dà adito ad alcun fraintendimento.

«La canzone è ispirata alle vicende reali dei miei genitori: papà, pittore lombardo, e mamma, toscana, conosciutisi durante la Seconda guerra mondiale. Una storia meravigliosa».

Pur continuando a sfornare album e a scrivere brani per altri artisti, in seguito hai diradato le tue apparizione televisive. Perché?

«Diciamo che le persone come me fanno molta fatica a ritagliarsi spazi nella televisione attuale, permanentemente “occupata” dagli stessi volti. Tutto pre-registrato e fintamente patinato, con la tv che si mette a rincorrere il web quando invece dovrebbe tornare a fare cultura e proporre idee nuove, ascoltando chi ha qualcosa da raccontare».

Il raccontare, una prerogativa da cui la società attuale si è molto allontanata…

«Noi oggi, più che raccontare e ascoltare, vediamo. Dobbiamo sempre interagire con uno schermo, per scrivere, per mandare e ricevere corrispondenza. Lo dice uno che scrive ancora le lettere e i testi con carta e penna, e che ricorda con affetto le “storie a veglia” dei nostri paesi. Purtroppo basta un cellulare in mano per far credere ai giovani – ma anche a tanti adulti – di avere il mondo in mano, quando in realtà quegli schermi ti precludono il mondo reale, che non è certo quello dei social. E questa piega la trovo molto triste. Abbiamo perduto il nostro senso arcaico delle cose, che è anche bello, perché legato alla voglia ancestrale di sentire gli odori, di provare sensazioni fisiche; ecco, la fisicità, una cosa autentica. Questo per me è il bello del raccontare e ascoltare storie. È la “dimensione” che condivido con mia figlia Nina, il miracolo della mia vita».

Matteo Vincenzi