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Due serate e un incanto a metà

Quarantotto ore immersi nel mondo della Staatskapelle Dresden, nel suono ancora impregnato di resina e di bosco dei suoi archi dal legato prodigioso, nel vento pungente, nordico, dei suoi fiati. L’avevamo ascoltata nel 2024, in un memorabile concerto che vedeva fronteggiarsi lo Schnberg di Verklrte Nacht e il Mahler della Prima Sinfonia. Allora, come oggi, eravamo a Verona; e come oggi, sul podio, era un Daniele Gatti in stato di grazia, ancora fresco di nomina a Direttore principale di una delle compagini più antiche e gloriose del mondo. Quest’anno, la stagione del Settembre dell’Accademia ha deciso di dedicare a questo binomio di eccellenze non una, bensì due serate contigue, l’8 e il 9 settembre scorsi. Per l’occasione, sul leggio, a scorrere era una sorta di viaggio a ritroso (ma non troppo) che dalla Mitteleuropa in frantumi della Sinfonia n°6 di Mahler, la Tragica, conduceva, in un gioco di specchi e presagi, al Beethoven del Quarto Concerto per pianoforte e orchestra op.58 e al Brahms della seconda Sinfonia op.73. Dopo i fatali colpi di martello che si abbattono sul destino disegnato da Mahler, il trapasso verso i cieli tersi del più rivoluzionario tra i Concerti, l’immersione nella sua luce diurna – attraversata con la solita smagliante naturalezza, ma mai pienamente accesa nel colore, nella profondità del suono, anche quando chiamato a delineare paesaggi di raro intimismo, da una applaudita Beatrice Rana, eroica neomamma in tournée con figlia al seguito – trovava rispondenza in una compagine che ne seguiva le orme con fedele duttilità, facendo propria l’angolazione e lo spunto suggeriti dalla solista. Quella sobrietà che, la sera prima, avevamo vissuto rispetto al monumento mahleriano come volontà di sfrondare la pagina da ogni impulso retorico, da ogni recuperandone la tensione interna, la dimensione più nobile e autentica, riposta tra tremende esplosioni e smarrimenti angoscianti, qui lavorava di lima restituendo un Beethoven adagiato sul raso di un’intenzione più cameristica che sinfonica, con il pianoforte abbracciato, accolto da primus inter pares nella stessa trama dell’orchestra, ma anche rinunciando, sin dal passaggio di mani che avviene, con un gesto mai visto prima, nell’attacco del primo movimento, tra solista e orchestra, a parte della stupefazione. Quanto al mondo di Mahler, esso sarebbe ritornato, in una doppia serata dai mille rimandi, nell’ultimo movimento della Seconda di Brahms, sotto forma di sfinge, nella cifra di quarte discendenti che, dal tessuto contrappuntistico, emergono per un attimo, con il Naturlaut del loro risveglio primigenio, prima di tornare a nascondersi nel regno di ombre in cui abitano, sommerse dalla guizzante vitalità di cui la Sinfonia è pervasa; ma era un attimo. In quel mondo, cristallizzato nell’attimo prima che tutto franasse sotto l’impulso dell’ossessivo ribattuto dei contrabbassi della Tragica, prima che ad imporsi fossero le marce forzate in una natura placidamente indifferente, tra campanacci lontani, il cesello di Gatti lavorava con mani da restauratore sulla trama delle linee interne ancora così impregnate dello spirito raccolto dalle mani di Beethoven e, più lontano ancora, di Bach. Con rigore, affetto, empaatia. Ma se, due anni fa, ne eravamo rimasti stregati, in questa occasione a mancare era il magnetismo. La pulizia, la lucidità sempre ammirevoli della lettura, la cura del dettaglio, una cura di relazioni, di canto cercato in ogni nota, di presenze, mai di circostanza, non sempre trovava nell’orchestra la nobile, altrettanto magnetica immediatezza degna del suo lignaggio. Fiati in più occasioni sbavati, impercettibili slabbrature dell’insieme e, in generale, la sensazione di aver assistito ad un incanto a metà. A suggello, un ultimo momento di musica: Wagner, Preludio al Terzo atto dei Meistersinger. Era, questo, l’arrivederci composto, elegante, come sempre signore, di una bacchetta capace di lasciare il segno anche quando, come questa volta, non avvince pienamente. Il cartellone prosegue mercoledì16 settembre con un altro appuntamento da non perdere: la Bergen Philarmonic Orchestra diretta da Dima Slobodeniouk, con Leif Ove Andsnes al pianoforte.  

 Elide Bergamaschi