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Caporalato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: i carabinieri sequestrano beni per oltre un milione di euro

MANTOVA Nella mattina di ieri, i militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Mantova, supportati nell’esecuzione dell’operazione dai militari della Compagnia Carabinieri di Gonzaga e Cento (FE), hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca allargata di cui all’art. 240 bis del Codice Penale, emessa dal GIP presso il Tribunale di Mantova, su richiesta della Procura della Repubblica del capoluogo virgiliano, di svariati immobili, conti correnti bancari ed un’autovettura di lusso, a carico di due cittadini moldavi, già detenuti in quanto ritenuti responsabili in ipotesi accusatoria, unitamente a due imprenditori italiani, dei reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (c.d. caporalato). 

Secondo l’impostazione accusatoria proposta dalla Procura, a seguito delle indagini di natura economico-patrimoniale svolte dal Nucleo Investigativo, integralmente accolta dal Gip (fatta salva la valutazione nelle fasi successive con il contributo della difesa), i due cittadini moldavi avrebbero accumulato ricchezze nel corso degli anni, proprio grazie alla commissione dei reati lucrogenetici loro contestati, per un valore sproporzionato rispetto alle informazioni reddituali dichiarate al fisco, tali da far ritenere tale illecito arricchimento come frutto dell’attività illecita posta in essere almeno da un decennio.

I due soggetti erano stati tratti in arresto lo scorso 14 ottobre 2025, in esecuzione di un’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere emessa dal GIP di Mantova poiché ritenuti responsabili, in ipotesi accusatoria, del reclutamento di oltre cinquanta lavoratori connazionali che, in stato di estremo bisogno, venivano indotti a raggiungere il territorio italiano ed a munirsi di un documento di identità falso che ne attestasse la cittadinanza rumena, per essere assunti come cittadini comunitari ed impiegati in condizioni di sfruttamento presso aziende italiane, in particolare del settore agricolo, travisando l’attività illecita con fittizi contratti di prestazioni e servizi ed aggirando le procedure previste dai cc.dd. “decreti flussi”.

Inoltre, agli indagati era stato contestato di avere fornito alloggi a titolo oneroso e la dislocazione giornaliera dei lavoratori presso i campi, commettendo evidenti violazioni in tema di orario di lavoro, riposo settimanale, retribuzione oraria ed in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, degradanti misure di sorveglianza e controllo dei lavoratori approfittando del loro stato di bisogno e della barriera linguistica esistente, una costante attività di inquinamento probatorio mediante l’induzione dei lavoratori, in vista di attività ispettive e di escussione, a riferire il falso e l’utilizzazione finale, cosciente e volontaria dei lavoratori in condizioni di sfruttamento da parte degli imprenditori italiani.

L’attività condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Mantova, mediante una approfondita e mirata analisi degli aspetti economici e patrimoniali dei due imprenditori moldavi, ha altresì evidenziato come i due moldavi, contestualmente al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed allo sfruttamento della manodopera dei malcapitati connazionali, avevano accumulato ricchezze ed un tenore di vita non confacente con quanto effettivamente dichiarato al fisco.

I successivi approfondimenti investigativi hanno permesso di acquisire corposi elementi oggettivi tali da dimostrare la sperequazione tra quanto dichiarato all’Agenzia delle Entrate e quanto posseduto dai due indagati.

Il sequestro finalizzato alla confisca allargata (art. 240-bis c.p.), così applicato al caso di specie, è una misura ablativa che permette allo Stato Italiano di confiscare il denaro, i beni o altre utilità di valore sproporzionato al reddito dichiarato da un condannato per gravi reati, tra cui rientrano le fattispecie contestate, anche se non direttamente pertinenti al reato, qualora la loro provenienza non sia formalmente e sostanzialmente giustificata sulla base delle dichiarazioni reddituali presentate all’autorità fiscale.