Più occupati, meno candidati: la sfida del lavoro a Mantova

MANTOVA –  Il mercato del lavoro nel 2024 mostra segnali di crescita, ma anche fragilità strutturali che preoccupano. È quanto emerge dal report annuale presentato ieri mattina da Maria Paola Salvarani, consigliere delegato alle Politiche del Lavoro della Provincia di Mantova, Anna Capucetti, Osservatorio Mercato del Lavoro della Provincia, e Cristina Paparella, dirigente dell’Area 1 – Servizio Mercato del Lavoro. Il documento fotografa l’andamento occupazionale a livello nazionale e provinciale, offrendo uno spaccato statistico su dinamiche, criticità e prospettive. A livello nazionale, l’Istat segnala un incremento degli occupati pari al +1,5% rispetto al 2023, con una contestuale diminuzione del tasso di disoccupazione al 6,5%. Tuttavia, cresce anche il numero degli inattivi (+0,5%), fenomeno che interessa soprattutto le donne e contribuisce a mantenere elevati i divari di genere in termini di occupazione e partecipazione. Il quadro mantovano rispecchia in larga parte quello italiano, con un tasso di disoccupazione che tocca il minimo storico degli ultimi vent’anni: 3,6% (nel 2023 era al 4,8%). Il tasso di occupazione si attesta al 52,5%, ma il divario di genere rimane ampio: 62,3% per gli uomini, 42,9% per le donne. Preoccupa la crescita degli inattivi, che superano quota 72mila, trainati soprattutto dall’aumento nella componente femminile. Un’altra criticità riguarda il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Il 52% delle posizioni previste nel 2024 è risultato di difficile copertura, non solo per la formazione inadeguata, ma anche per la ridotta disponibilità di capitale umano. Il tema si intreccia con l’invecchiamento demografico: al 2040 si prevede un tasso di dipendenza degli anziani pari al 52%, con un impatto crescente sulla popolazione attiva. Sul piano contrattuale, la precarietà resta elevata: l’84% degli avviamenti riguarda forme flessibili, solo il 16% è a tempo indeterminato. I settori più attivi sono manifatturiero (20%), agricoltura (13%), istruzione (11%) e commercio (9%). Il lavoro giovanile rappresenta il 33% degli avviamenti, ma prevalgono i contratti a termine. L’indagine si chiude con un richiamo alla cultura d’impresa. Le aziende dovranno puntare su tre pilastri: retribuzione, crescita professionale e flessibilità. Ma soprattutto saper attrarre e trattenere giovani talenti, contrastando l’esodo che impoverisce il tessuto produttivo e aggrava il disallineamento tra domanda e offerta.