A più di quattro secoli di distanza, Orfeo è tornato in terra gonzaghesca. Non nella gloriosa corte mantovana, là dove il divin Claudio aveva dato vita alla follia combinatoria e ardita del teatro in musica, ma nella città ideale di Vespasiano, sorella minore e insieme speculare, luogo nel quale l’architettura aveva già immaginato il teatro come una macchina capace di sottrarre il tempo al suo stesso trascorrere. E così, sabato 19 settembre, il Teatro all’Antica si è riempito fino all’ultimo spazio per accogliere la meraviglia dell’Orfeo monteverdiano, musicato su libretto di Alessandro Striggio. Una serata che sapeva di restituzione: l’eco di quel capolavoro che ha attraversato i secoli è tornata a risuonare proprio dentro uno dei luoghi più affascinanti concepiti dall’architettura teatrale del Rinascimento, sotto l’impronta di Vincenzo Scamozzi. Era il primo appuntamento autunnale del Sabbioneta Chamber Opera Festival, giunto al suo quarto anno per volontà di Andrea Castello, e proprio questa sovrapposizione fra memoria e futuro ne ha costituito la cifra più felice. Da una parte la volontà di restituire alla “Piccola Atene” una rinnovata centralità attraverso la grande musica barocca; dall’altra, quella di trasformare il Festival in una vera bottega, un luogo nel quale i giovani talenti potessero incontrare maestri e professionisti, misurandosi non soltanto con il canto, ma con tutto ciò che rende un interprete un uomo o una donna di teatro. Dopo il progetto mozartiano affidato quest’estate a Barbara Frittoli, è stata infatti Sara Mingardo, contralto dalla voce d’ambra e interprete di immensa autorevolezza, a seguire per mesi una giovane compagnia di ragazzi provenienti da tutta Europa. Fraseggio, colore, tecnica, recitazione, movimento, prove con l’orchestra, costumi. Dentro questo laboratorio, Orfeo ha trovato una schiera di interpreti già capaci di entrare nella vertiginosa scrittura monteverdiana, in quella musica traboccante di eros, fantasia e irriducibile malinconia, attraversata da lampi teatrali che ancora oggi stupiscono per la loro forza e per il coraggio di osare. La vicenda, del resto, ha mantenuto intatta la sua potenza. Orfeo sceso negli Inferi per riportare alla luce Euridice, armato soltanto della propria musica; persuade gli dei e ottiene ciò che a nessun uomo è concesso, ma a una condizione: non voltarsi a guardare l’amata fino a quando non sia tornato nel mondo dei vivi. E proprio quando la salvezza sembra vicina, il dubbio, la paura, l’amore stesso lo fanno voltare. L’incanto si spezza. E il mito si fa improvvisamente carne, perdita, teatro. Baptiste Bonfante, nei panni di Orfeo, ha dato al protagonista una vocalità intensa e avvolgente, capace di passare dalla luminosità pastorale alla disperazione senza smarrire mai l’uomo dietro il semidio. Elsa Biscari, Proserpina e Ninfa, imponeva una presenza scura, vibrante, di grande personalità, mentre Giulia Rappazzo, Musica ed Euridice, trovava le corde di una grazia trasparente, quasi sospesa, particolarmente suggestiva nell’incipit che apre la favola. Ma uno dei momenti più memorabili è stato quello della Messaggera di Zoreslava Vynnik, magnifica nel dare corpo alla frattura improvvisa che precipita il mondo pastorale dell’opera nel lutto. Il suo annuncio della morte di Euridice attraversava la sala come una lama, dentro un silenzio quasi tombale. Non soltanto una voce che riferiva un evento, ma la tragedia che si faceva presenza, materia sonora, respiro. Ecco Monteverdi, già moderno: la parola non racconta il dolore, lo fa accadere. Di bella nettezza anche la prova di Giovanni Petrini, Apollo e Primo Pastore, così come quelle di Franko Gustavo Argandoña e Marco Guidorizzi nei ruoli pastorali; intensa e misurata Isabella De Massis come Speranza, mentre Daniel Chomiak, Caronte e Plutone, ha dato alle figure infernali la necessaria gravità. Sul tappeto sonoro dell’Orchestra degli Antichi, con il Coro da Camera Orlando di Lasso preparato da Michael Guastalla, Stefano Lorenzetti governava, con qualche prudenza di troppo, una partitura che continua a rivelarsi un prodigio di invenzione. Una direzione più vivace e accesa avrebbe esaltato maggiormente i dardeggianti, repentini scarti teatrali della musica, ma prezioso è stato, comunque, il lavoro dell’ensemble e, in particolare, del cembalo, fantasioso e puntuale, di Dario Falcone. Due ore di musica. Molti neofiti in sala. E tutti rimasti fino all’ultima nota, fino a quella Moresca che chiude la favola, ricomponendone almeno in parte le laceranti fratture.
Elide Bergamaschi






























