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Belforte resta senza voce, chiuso anche l’ultimo bar

BELFORTE Con le sue 95 primavere, Andrea Bergamaschi le ricorda tutte. Le ripete a memoria, d’un fiato, rigorosamente in dialetto, impastando tra di loro, in una lingua magica, nomi, cognomi, soprannomi e disegnando con il loro ritmo di elenco fatto filastrocca una mappa ideale della Belforte degli anni ’30, quella dei suoi primi ricordi d’infanzia, ma anche quella ascoltata nei racconti tramandati nelle stalle. Fiurèn, al Mondul, Ginèn, Pinèn, Agènore,  Li, e via dicendo. Le osterie di una Belforte estinta; locali spesso distanti solo qualche porta l’uno dall’altro; la sera si riempivano di uomini sfiancati dal lavoro nei campi, giovani e anziani che in una partita di carte, uno scambio di battute e un bicchiere di vino – spesso ben più di uno – trovavano l’unico svago ad una vita di fatiche e di miseria. Dodici in tutto, un’enormità per un paesino. Oggi, di quel passato semplice e a suo modo glorioso è rimasto ben poco. Anzi, nulla. Ai nostri giorni osteria è un locale con prodotti tipici, atmosfera piacevolmente rustica e, se si è fortunati, prezzi ragionevoli. Ma per la gente di quella generazione, si trattava dell’equivalente dei nostri bar. Locali imbevuti di fumo, surriscaldati dalle voci dei presenti, dai loro racconti spesso conditi di fantasia, solidarietà, umorismo e, a seconda del tasso alcolico, di note piccanti, triviali, talvolta blasfeme. Da lì passava l’identità di un paese, l’immaginario della sua gente, il patrimonio genetico di radici innaffiate a lambrusco. Ebbene, dei dodici locali di quasi un secolo fa, oggi Belforte è arrivata a zero. L’ultimo ad alzare bandiera bianca, almeno per ora, è stata, ufficialmente qualche settimana fa, dopo un lungo periodo di aperture a singhiozzo, la Cooperativa ARCI “Pablo Neruda”, di proprietà dell’Ente Pubblico Valle Turchino. Per gli inguaribili abitudinari, uno shock che li ha lasciati orfani di un rito. In tuti questi anni, mentre gli altri bar abbassavano, uno dopo l’altro, le serrande, la Cooperativa aveva sempre saputo resistere e reinventarsi. Ora, anche per lei è giunto il tempo di spegnere le luci. Nel frattempo, anche il bar dell’oratorio, gestito a turno da volontari, ha chiuso i battenti la domenica mattina, riservando le aperture al solo pomeriggio. Morale: in una realtà in cui i giovani si contano su due mani e quei pochi optano per uscite nei centri limitrofi in cerca di più succulente proposte, la mancanza di un punto di aggregazione per una comunità sempre più anziana e, per questo, fragile, è l’ennesimo indizio di un territorio a rischio di fisiologico isolamento. Se gli eventi estivi, tra musica e gastronomia, fanno ancora di Belforte un punto di riferimento in grado di richiamare un giro di centinaia di avventori a serata, la realtà quotidiana è ben meno invitante. Che fare, allora, per un buon caffè dopo pranzo, per una sfida a briscola all’ultimo sangue o, più banalmente, per il rito della colazione con brioche fragrante la domenica mattina? Per chi può e, soprattutto, chi vuole, l’unica strada possibile è prendere l’auto e dirigersi altrove. Per tutti gli altri, non rimane che starsene a casa ad inzuppare i biscotti nel latte, sperando che le voci che si rincorrono su un’imminente nuova gestione della Cooperativa “Neruda” non siano solo rumors estivi.