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Debora Villa: “Ridere è un atto di libertà. E ne abbiamo fame”

VIADANA – Giovedì il palco di Viadana ospiterà Debora Villa con il suo spettacolo “Viva le donne”. Ispirandosi a Clarissa Pinkola Estés, la comica milanese smonta i miti della misoginia in un viaggio ironico già sold out. Abbiamo incontrato Debora per capire cosa significhi oggi “correre con i lupi”.
Debora, teatro sold out per parlare di donne e misoginia. C’è più voglia di ridere o fame di consapevolezza?
«La risata è fondamentale, quasi come nutrirsi bene. Ha proprietà incredibili per il metabolismo e il cuore; la solitudine fa ammalare, la risata cura. Vedere un teatro pieno conferma che ridere è un bisogno eterno, un toccasana soprattutto nei momenti di tensione. Il regalo più bello? Sentire chi mi dice: “Ne avevo bisogno”. Mi sento privilegiata nel donare qualcosa che aiuta le persone a tirare avanti.»
Il titolo richiama “Donne che corrono coi lupi”. Corriamo perché selvagge o perché in ritardo su tutto?
«Il sovraccarico — figli, spesa, carriera — è stato un modo per “domarci”, troncando la nostra vera indole. Il lato “selvaggio” ci ha fatto sopravvivere a millenni di soprusi, ma oggi è al servizio di una società a misura d’uomo. Ci siamo modellate su un modello maschile per via di una cancellazione culturale millenaria. Eppure le donne sono state scienziate e regine, spesso studiando di nascosto. Questo lato selvaggio va riscoperto fuori dai modelli imposti.»
“Le donne sono le peggiori nemiche delle donne”. Cosa ne pensi?
«È un errore pensare che le donne siano cattive e gli uomini buoni. Le guerre e i crimini più atroci sono quasi sempre firmati da uomini, eppure si dice che le donne “si fanno le scarpe”. Esistono donne competitive, spesso cresciute col mito di compiacere l’uomo per emergere, ma la realtà è che le donne fanno rete. Penso ai progetti di Angela Frenda per le donne maltrattate. Dobbiamo riscrivere la narrazione: facendo rete ce la facciamo.»
Qual è lo stereotipo più duro a morire?
«Il mito di Eva. Siamo le “peccatrici” per colpa di una narrazione maschile. La contraddizione è che abbiamo peccato per voler conoscere: se fossimo state inferiori, mangiare la mela non ci avrebbe dato alcuna conoscenza. Poi c’è Lilith, la prima donna ribelle, a cui fu preferita una Eva sottomessa. Le donne sono “toste”: hanno raggiunto vette eccellenti nonostante millenni di ostacoli.»
La satira deve essere totalmente libera o ha dei limiti?
«Io non mi pongo limiti, seguo la mia indole. La satira deve essere libera, ma va distinta dal dark humor. Quest’ultimo è una battuta fine a se stessa che colpisce la vittima. La satira invece colpisce sempre il potere, il carnefice. Come insegnava Dario Fo, si sbeffeggia il potere per smascherarne le ingiustizie, non si colpisce chi subisce.»
Come hai imparato a fregartene del giudizio altrui?
«È un percorso complesso. Ho imparato ad ascoltare il corpo: se non sto bene, lui mi avverte con segnali fisici. Prima pensavo di essere io quella sbagliata. L’eroe non è privo di cedimenti, è chi, nonostante dubbi e insicurezze, lotta per la giustizia. La sfida è riconoscerci figli del nostro tempo senza mai smettere di combattere per la propria voce.»
Se il pubblico dovesse portarsi a casa un solo gesto, quale vorresti che fosse?
«Un dubbio. Il gesto rivoluzionario è farsi venire dubbi sulle verità assolute che ci somministrano. Dobbiamo restare curiosi e filtrare tutto col senso critico, smettendo di subire passivamente una narrazione precostituita. Se qualcuno uscirà da teatro facendosi delle domande, avremo piantato il seme del cambiamento.»