MANTOVA Vent’anni, montenegrino con ottima padronanza della lingua italiana, un metro e 90 d’altezza, difensore centrale di talento e prospettiva, appassionato di musica con un debole per Lucio Dalla. È il ritratto di Bodin Tomasevic, che il Mantova si è assicurato la scorsa estate in prestito dal Bologna. Complice l’infortunio di Meroni, è diventato un titolare fisso dell’Acm. Non disdegna le sortite offensive, anzi è già andato a segno una volta contro il Catanzaro – e promette di ripetersi. Sabato c’è il derby col Verona, ma l’incontro con la stampa è l’occasione per conoscerlo più da vicino. Il ritratto che emerge è quello di un ragazzo in gamba, loquace, determinato e profondo.
Bodin, che bilancio possiamo fare di queste prime 10 giornate?
«Dal primo giorno si capiva che questo era un gruppo formato da bravi ragazzi. Le nostre parole chiave sono umiltà, consapevolezza, voglia di migliorarci. Stiamo facendo un grande percorso, ma la strada è lunga».
Dove può portare?
«Non lo sappiamo. Sappiamo solo che i risultati raccolti finora sono il frutto del lavoro e dell’impegno che ci mettiamo ogni giorno. Di obiettivi non parliamo. Ci godiamo il momento».
Ti sei ambientato presto…
«Lo devo al mister e a Gamberini (il viceallenatore, ndr). Soprattutto con quest’ultimo ho un rapporto stretto: mi dà tanta fiducia e mi ha cambiato il modo di vedere le partite. Ora presto attenzione ad ogni dettaglio».
Qual è il consiglio più prezioso che ti hanno dato Modesto e Gamberini?
«Di avere coraggio. Di affrontare ogni avversario con personalità. Faccio mia anche l’esperienza col Bologna: ho avuto l’opportunità di allenarmi con campioni quali Immobile, Bernardeschi, Orsolini».
Su cosa pensi di avere maggiori margini di crescita?
«Su ogni aspetto. E voglio farlo, anzi vivo per questo. Ci penso da quando apro gli occhi al mattino, è la mia motivazione principale. Avere uno staff così qualificato che ti può aiutare non è da tutti».
La Serie B te l’aspettavi così?
«In realtà non mi ero creato aspettative. Ho semplicemente cercato di adattarmi il prima possibile. Giocare contro una squadra di B è più difficile che con la Lazio: là è decisiva la componente mentale, qui servono fisicità e intensità».
Immaginiamo che tra i tuoi sogni ci sia quello di giocare in A. E se ci arrivassi col Mantova?
«Sarebbe bellissimo. Ma, come dicevo prima, è troppo presto per certi discorsi».
Sembri ben integrato nella realtà italiana…
«Il Montenegro è vicino all’Italia e i due popoli si somigliano per mentalità. Gli italiani mi piacciono perché sono aperti e ti aiutano. Quanto alla lingua, qui in pochi parlano l’inglese, quindi era doveroso per me studiare e imparare presto l’italiano».
In nazionale hai avuto modo di allenarti con gente come Savic e Jovetic, agli ordini di un altro ex campione come Vucinic. Cosa hai appreso da loro?
«Stiamo parlando di professionisti al massimo livello, che vivono di calcio e lavorano ogni giorno per essere all’altezza. Trasmettono amore per il proprio Paese, senso di appartenenza. Jovetic poi è un fenomeno, anche adesso che ha 37 anni: mai visto uno così».
C’è un Jovetic anche nel Mantova?
«Forse più di uno».
E la musica? Da dove nasce la tua passione?
«Da mamma e papà. Suono pianoforte e chitarra, e nei momenti importanti la musica mi accompagna sempre. Da quando sono a Bologna, poi, ho scoperto Lucio Dalla: Caruso, Anna e Marco, La sera dei miracoli, L’anno che verrà… Canzoni meravigliose».
Non abbiamo ancora parlato di Mantova-Verona…
«Mi sembra di aver capito che c’è rivalità (ride). Noi scenderemo in campo con lo spirito di sempre, affrontando il Verona come tutte le altre squadre. Peccato per il divieto di trasferta ai tifosi veronesi, ma noi contiamo sui nostri e ci aspettiamo un grande sostegno. Quanto all’Hellas, massimo rispetto ma nessun timore».
































