MANTOVA – Una piazza Mantegna affollata, da classica assonnata domenica mattina, la sorpresa dei gradini della basilica di Sant’Andrea trasformati in platea improvvisata, il caldo sole di settembre che filtrava tra le facciate antiche. Ieri Chiara Valerio ha catturato l’attenzione del pubblico del Festivaletteratura con una lezione che ha intrecciato scienza e gioco. «Studiare scienze aiuta ad accettare che l’oltre-mondo è in questo mondo, ma con un ordine di grandezza che non percepiamo con il nostro dispositivo “corpo”», ha esordito, aprendo un percorso che ha spaziato da Feynman alle nanotecnologie, dalla lavatrice di una nonna al Commodore 64. Una lezione che ha unito esperienze personali e riflessioni universali: «Studiare significa non accontentarsi della nostra immagine logico-razionale del mondo. Significa accettare di sbagliare e accettare pure gli errori degli altri come passi di un processo conoscitivo». Il pubblico, stipato, ha seguito in silenzio, tra sorrisi e annotazioni veloci. «Se ognuno di noi è “ciò che è”, allora siamo servomeccanismi. Dove c’è algoritmo matematico non c’è scelta», ha detto Valerio, evidenziando il rischio di delegare interamente alla macchina non solo le azioni, ma perfino le responsabilità. Lo sguardo è andato anche al linguaggio, inteso come spazio di libertà: «Abbiamo immaginato le parole per descrivere il mondo e sostituirlo. Un linguaggio che non offenda e che ci rappresenti è la risposta a una domanda antica: come si vive per sempre?». In un contesto che mescolava alta divulgazione e ritmo narrativo, non sono mancati i rimandi letterari e filosofici, da Caproni a Warburg. Ma la base è rimasta quella di un dialogo diretto, scandito da immagini concrete e accessibili. «Giocare significa sforzarsi di ottenere qualcosa, nel risultato», ha osservato, legando i videogame di gioventù alla capacità di immaginare mondi altri. Un incontro che ha colpito anche i tanti spettatori che passeggiavano per caso nella piazza, o ascoltavano, rapiti, sorseggiando un caffè seduti comodamente nei tavolini dei locali vicini. La voce di Valerio suonava limpida e forte, strumento di una vitalità di pensiero capace di unire scienza e umanesimo, trasformando, per una mattina, piazza Mantegna in un laboratorio a cielo aperto.































