Mantova Condannato ad ulteriori sei mesi di reclusione per una pena finale rideterminata in complessivi sette anni e due mesi. Questo quanto deciso ieri dalla Corte d’Appello di Brescia a carico di Giuseppe Todaro nell’ambito del processo “Sisma” bis, afferente l’inchiesta sulla ricostruzione post terremoto del 2012 nel Mantovano e all’ormai non più presunto sistema corruttivo messo in piedi per facilitare la concessione di contributi pubblici destinati al ripristino degli immobili danneggiati.
Segnatamente, a rispedire di nuovo sul banco degli imputati il solo 40enne architetto di Reggiolo, fino al 2021 tecnico esterno incaricato di istruire le pratiche per la ricostruzione di edifici privati in alcuni comuni del cratere sismico virgiliano, era stata poco meno di un anno fa la Cassazione che, a fronte delle dichiarazioni di inammissibilità per tutti i ricorsi presentati dalle parti, aveva invece rimandato innanzi ad altra sezione della Corte d’Appello la valutazione circa una precipua fattispecie di estorsione a lui contestata dalla procura della Dda bresciana e di contro alleggerita precedentemente in quella di minacce.
Secondo la pubblica accusa infatti, Todaro, dietro la minaccia di far perdere grazie a suoi contatti il contributo pubblico erogato dalla struttura commissariale regionale, aveva preteso denaro dai proprietari di un immobile sito a Gonzaga dove operava la Bondeno Srls, ditta edile riconducibile al padre Raffaele e, al pari del figlio nonché di altri due soggetti, finito anch’egli dapprima alla sbarra e quindi condannato in via definitiva con rito abbreviato, nella fattispecie, a tre anni e dieci mesi di carcere. Sei anni e otto mesi era stata invece la pena comminata in seconda istanza a Todaro Junior (in primo grado sei anni e quattro mesi a fronte dei 14 anni chiesti dalla procura) e ora appesantitasi di altri sei mesi.
La Suprema Corte, confermando l’impianto della sentenza su corruzioni, false fatturazioni e abusi legati ai fondi sisma, aveva al contempo però ribadito l’esclusione dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa ascritta in via principale agli accusati e poi non riconosciuta anche in tale ultimo grado di giudizio. Un quadro inquirente appurante al contrario un giro di mazzette e ricatti in nome degli interessi della cosca Dragone-Ciampà di Cutro, secondo la direzione distrettuale antimafia della Leonessa, in grado di mettere le mani sui lavori post terremoto nella provincia mantovana. Un’ipotesi questa su cui sin dal principio si erano fortemente avversate le difese, sostenitrici del supposto della cessata esistenza fin dal maggio 2004 della summenzionata cosca di ‘ndrangheta, vale a dire dall’assassinio del boss Totò Dragone per mano dei rivali storici dei Grande Aracri.
In particolare ritenuti dai Pm anti mafia epicentro dell’ipotizzato “castello” corruttivo legato all’affidamento degli interventi edilizi alle imprese, proprio l’architetto Giuseppe, nipote del defunto boss cutrese, e il padre.


































