MANTOVA – Il processo creativo non è magia né un lampo di genio improvviso, ma una sequenza di operazioni ordinate, raffinate nel tempo attraverso osservazione e studio. È il messaggio della “Lesson Zero – Elogio della lentezza” con cui gli architetti Sandra Barclay e Jean Pierre Crousse hanno accompagnato ieri l’avvio delle attività didattiche del nuovo semestre al Campus di Mantova del Politecnico di Milano, nel corso della giornata di accoglienza dedicata alle nuove matricole di Progettazione dell’Architettura. Una lezione proposta a Mantova in anteprima rispetto al Campus Leonardo di Milano e trasmessa in contemporanea nelle aule della sede mantovana. Un avvio che coincide con il tutto esaurito: 98 nuovi studenti, il massimo dei posti disponibili per la triennale, a fronte di 270 prime richieste di accesso. A questi si aggiungono circa 85-90 matricole della laurea magistrale internazionale in Architectural Design and History, con le procedure ancora in corso soprattutto per gli studenti stranieri. I nuovi ingressi complessivi dovrebbero attestarsi intorno ai 180: nella magistrale circa il 60% degli studenti arriva dall’estero. La mattinata è stata aperta dai saluti del prorettore Davide Del Curto, del professor Carlo Peraboni, dell’assessore Francesca Zaltieri e dei rappresentanti degli studenti, prima che i professori Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi introducessero gli ospiti. Poi la parola a Barclay e Crousse, architetti peruviani ed ex studenti del Politecnico. «Oggi più che mai l’architettura deve essere un atto di resistenza», hanno esordito contrapponendo alla velocità, all’immediatezza e alla sovrabbondanza di informazioni proprio la lentezza come condizione necessaria per comprendere la realtà. Il processo architettonico viene così accostato al “riso verde” con cui Bruno Munari raccontava il metodo progettuale: si parte dal problema, ma soprattutto dalla capacità di porsi le domande giuste. Gli ingredienti, da soli, non costituiscono una strategia: occorre capire come combinarli. Alla base c’è quindi una «cultura dell’osservazione» che permette di comprendere criticamente il punto da cui si parte e, richiamando Proust, di imparare a guardare il mondo con «occhi nuovi». Un percorso costruito con «onestà, pazienza e perseveranza» e raccontato attraverso i progetti dello studio: dalle case sulla costa peruviana al Museo di Paracas, fino all’edificio universitario realizzato a Piura e a Port Bourgenay. Architetture nelle quali clima, geografia, memoria e tempo diventano materia del progetto. «L’umanità ha sempre lasciato un segno sul territorio: il tema è quale significato dare a quel segno». Una riflessione che incontra il compito dell’architetto contemporaneo indicato in apertura da Del Curto: operare in un mondo ormai largamente costruito, da «maneggiare» e preservare, scegliendo cosa conservare, cosa sostituire e cosa aggiornare.
Antonia Bersellini Baroni






























