Home Cronaca Dante a Mantova per un giorno: intervista impossibile al Festivaletteratura

Dante a Mantova per un giorno: intervista impossibile al Festivaletteratura

Al Festivaletteratura di Mantova passano moltissimi scrittori tranne quelli morti prima del 1997 quando tutto ebbe inizio. Ma sarebbe fantastico riuscire a far partecipare qualcuna delle star passate della letteratura, magari transitati per Mantova o che l’hanno semplicemente citata. Come potrebbe essere un’intervista ai tavolini di un bar di piazza Sordello, vicino alla tenda dei libri e in mezzo alla folla di scrittori, lettori e volontari? Immaginiamo di partire con Dante Alighieri, che forse è passato da Mantova nel 1320 e non ci mette piede da allora quando c’erano i Bonacolsi, non c’era piazza Sordello, c’era la  Rotonda di San Lorenzo ma non la cupola di Sant’Andrea. Arriva puntuale e si presenta vestito così come lo vediamo nei quadri, tunica scarlatta, cappuccio e sguardo corrucciato: l’intervista può cominciare…
Come trovi la città oggi?
Mi piaceva di più quando le case occupavano tutta piazza Sordello e uscendo dai vicoli stretti e alti, il duomo ti sembrava immenso. Adesso troppi tavolini, troppa gente e poi questa mania delle biciclette e dei monopattini: la gente seria cammina e i poeti volano senza bisogno di ruote.
Cosa ne dici del Festivaletteratura?
Non so se la letteratura sia da festeggiare insieme. Ogni lettore è solo con il libro: ci si perde, si arrabbia e si commuove. Io ho scritto la Commedia per diventare memorabile e non per ricevere gli applausi dei lettori o fare il firmacopie.
Ti sarebbe piaciuto partecipare al Festival?
Penso che avrei litigato con tutti. Io sono il padre della lingua italiana e i figli, si sa, fanno sempre arrabbiare. Figurarsi i colleghi scrittori.
Tu però eri una sorta di star delle tenzoni poetiche?
E’ vero e forse l’unica cosa che farei oggi sarebbe partecipare a una sfida di slam poetry. In fondo quando sfottevo Forese o Cecco era la stessa cosa: versi veloci, colpi bassi e tanto pubblico che rideva.
Sei passato a salutare Virgilio?
Ho visto che gli hanno fatto un museo. Non so se gli sarebbe piaciuto: i poeti sono vivi per sempre e celebrati in un museo muoiono. Però c’è ancora la statua che i mantovani chiamano “la vecia” e questo lo avrebbe fatto sorridere.
Cosa ne dici della tua statua invece?
No comment: in una piazza periferica, con gli studenti che mi tirano di tutto e poi quel naso… è ora di finirla. Non sono Cyrano: mi sa che è la vendetta postuma di qualche artista fiorentino.
Cosa pensi dei mantovani?
Virgilio un signore. Sordello molto meno. E poi mi ha costretto alla rima con “bordello”: una scelta che ancora oggi mi rinfacciano nei licei.
Alla fine dell’intervista Dante si allontana, brontolando contro la folla che lo fotografa con lo smartphone o gli chiede un selfie. Chi lo sa se davvero non avrebbe partecipato al Festival… certo la città del suo maestro Virgilio gli piace e chissà che, tra un’edizione e l’altra, non decida di tornare ancora: magari per una sfida di slam poetry in piazza, a colpi di terzine come quella celeberrima:
“Ahi serva Italia di dolore ostello,
nave senza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie ma bordello.”
Giacomo Cecchin