MANTOVA Ricordi di Carosello e dei suoi piccoli grandi segreti. Coincidenze di stagione: il gruppo super attivo degli Incontri del Lunedì in Biblioteca a Polesine di Pegognaga ha inserito proprio questa settimana una “serata Carosello” e negli stessi giorni vediamo un omaggio a Carosello anche nella sua storica casa: la televisione, nel primo canale. Persone e personaggi, prodotti e atmosfere con pezzi di economia mantovana celebrata nella reclame degli anni ruggenti: come il pennello di Cicognara, le calze collant dell’Alto Mantovano, le merendine e i dolcetti delle grandi aziende made in Castiglione. Embè, mica poco. Un lembo di terra mantovana, laggiù o quaggiù per noi pari sono, faceva cooncorrenza a località e metropoli sicuramente più famose nelle trasmissioni pubblicitarie a cominciare dallo storico Carosello. Per esempio prendiamo il pennello made in Cicognara e poi conosciuto nel mondo. Orgoglio da mantovano, da basso mantovano, da provinciale convinto: protagoniste Cicognara e la fabbrica di pennelli che con un azzeccato messaggio audio video dt faceva sentire un artista anche solo seguendo quello che adesso chiamiamo spot e che una volta si chiamava reclame, che è parte della pubblicità. Quella del pennello in pubblicità è una storia che è andata avanti fin dopo Carosello negli anni Ottanta con le successive formule degli spazi pubblicitari.
Ci ricorda Davide Maggio dal suo sito: Un spot di successo, del quale andava orgoglioso il Commendatore Alfredo Boldrini, fondatore nel 1945 a Cicognara – in provincia di Mantova – della ditta Cinghiale, che da subito aveva intuito l’importanza della pubblicità per l’espansione della sua azienda. In un’intervista rilasciata nel 2017 al Corriere della Sera, la nipote Eleonora Calavalle ricorda con un aneddoto la grande emozione del nonno la sera del 24 settembre 1975, quando, sugli schermi del Secondo Canale Rai, venne trasmesso il primo “carosello” dei pennelli Cinghiale, più istituzionale e fedele nella forma e nel linguaggio alle mode dell’epoca”. Dopo Carosello, ci furono sigle come Tic Tac e Gong.
Piccoli segreti di Carosello che ci manca tanto che ci faceva tanta compagnia che rispettava alcune regole sulle parole e sui tempi. Beh perché erano altri tempi in cui si poteva fare un filmato di due minuti e quindici secondi e ti seguivano quindici milioni di spettatori perché ovviamente i canali erano prima uno solo e poi due fino al 1979 e poi perché avevamo un altro tasso di pazienza che ci consentiva di aspettare una scena nel commissario Maigret che durava tre minuti prima di sentire una battuta o ci incantavamo senza dover per forza cambiare canale nella descrizione di un aperitivo, di un lassativo -parola che con si poteva dire così schiettamente- o di un brandy, o di una brillantina. Adesso in due minuti ci mettono sette spot, quattro lanci e due promozioni, siamo fulminati dalla velocità psicocinetica e paralizzati dalla china sinestetica in cui ci costringono a vedere con l’olfatto, ad ascoltare con gli occhi, a vedere con la bocca e non sempre ci riesce bene. In tutto questo panorama tra pastiglie e liquori, cosmetici e collant irrompeva il pennello mantovano, grande come una persona portato a spalle dalla stessa persona vestita da imbianchino che andava in bicicletta verso l’infinito. Sapore mantovano, provenienza Cicognara, che forza questa storia di imprenditori e di un prodotto che si impone come protagonista anche della comunicazione pubblicitaria. Merito sicuramente anche del nome: Cinghiale. Un nome un marchio che è un caposaldo nella cultura della comunicazione cosiddetta commerciale. Ma che era studiata e costruita come narrazione sociale e di costume. Nel corso di questi anni abbiamo cercato di far rivivere Carosello in programmi e ricordi e anche con serate speciali, ma non è facile ricostruire la magia di quegli anni semplicemente perché quegli anni non ci sono più e noi siamo cambiati. Teniamoci sempre in mente che quando qualcuno ci dice: ah com’è cambiata Mantova! Ah com’è cambiata Bologna! Ah com’è cambiata Riccione! Noi potremmo sempre rispondere: perché tu sei uguale a cinquant’anni fa?! Punto e a capo.
Carosello ha accompagnato vent’anni della nostra vita non solo televisiva dal 1957 al 1977, guarda caso a cavallo di due fasi straordinarie della nostra storia accompagnando prima il cosiddetto boom economico degli anni Sessanta per cui vai di lavatrici e cucine di automobili e motori, di aperitivi e detersivi, -ma quanto detersivo abbiamo reclamizzato!- arrivando poi al periodo della cosiddetta austerità quando non c’era più benzina per tutti quando si facevano le domeniche senza auto e quando si andava di targhe alterne. Vent’anni di conquiste e di nuove libertà, vent’anni che pesano, in cambiamenti, come un secolo o due secoli di altri periodi della nostra storia. Il bello è che Carosello aveva i suoi piccoli segreti produttivi in fatto di tempi e di linguaggio. Prima di tutto c’era la storia con i suoi protagonisti interpretati da attrici famose e noti attori, più i secondi delle prime, ma c’era anche la regola della separazione della parte di spettacolo, fatta anche di cartoni animati, da quella del cosiddetto “codino” pubblicitario: un minuto e 45 secondi per la stori, 30 secondi per la sezione di pubblicità diretta e il nome il marchio non poteva essere citato più di sei volte. Una forma di continenza con autoregolazione sociale. Adesso sarebbe inconcepibile. Dal regolamento per Carosello veniamo a sapere che dovevano essere escluse le opere con messaggi allusivi per “disonestà, vizio o delitto da suscitare compiacenza o imitazione” o anche che risultassero “volutamente volgari, truci, ripugnanti, terrificanti” . La presentazione di storie poliziesche era consentita a condizione che il reato non fosse riprodotto con eccessivi particolari tecnici o raccapriccianti o che ne derivasse una pronta condanna. Non si dovevano presentare “vicende di adulterio” tanto meno con “compiacimento”. Si doveva in ogni caso “porre in rilievo che le relazioni adulterine costituiscono una grave colpa”. Le scene erotiche erano proibite e persino i baci “devono essere rappresentate con discrezione e senza indurre -citazione- a morbosa esaltazione”.
Era una summa di cautele per il popolo televisivo di fine anni Cinquanta che secondo i padri della televisione italiana andava protetto da messaggi troppo crudi e da parole provocanti particolari sensazioni, parole che oggi sono sdoganate e ovunque usate ma che allora erano sconsigliate o addirittura vietate nel linguaggio televisivo o radiofonico, sulla base di codici convenuti ma anche di buon senso condiviso senza regole scritte. Non si poteva pronunciare la parola “sudore”, era da evitare la parola “forfora”, per carità nessun accenno alla “depilazione” e pensiamo bene che per tanto tempo non era possibile nemmeno dire “deodorante”. Per anni non si inquadravano “indumenti intimi”. E’ andava così, però era fantastico quel tavolino in mezzo al traffico in cui Ernesto Calindri sorseggiava l’apertivo a base di carciofo contro il logorio della vita moderna o quando quel signore ci invitava a mettere in ordine i capelli con una brillantina da assonanza con la ti di Torino, oppure quando il pulcino nero ci faceva riflettere sulla differenza dei colori delle nostre identità, diremmo oggi. In tutto questo panorama si inseriva il sapore del prodotto mantovano come il pennello di Cicognara con un claim molto orecchiabile e una immagine di grande dinamismo, oppure le calze collant dell’Alto Mantovano protagoniste di una prima fase di liberazione dell’immagine. Che tempi, che storie!







































