Prima di tutto vorrei ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questa manifestazione: il Comune, gli organizzatori, il Museo, i volontari e tutte le persone che hanno lavorato dietro le quinte. E soprattutto voglio ringraziare e fare i complimenti ai circa 150 artisti che hanno appena portato a termine un lavoro come sempre straordinariamente impegnativo. Alcuni di voi hanno ricevuto dei premi e meritano le nostre particolari congratulazioni. La maggior parte non ne ha ricevuti, ma il valore e il successo di ciò che vediamo oggi in questa piazza appartengono a tutti coloro che hanno lavorato qui. Guardando le opere di quest’anno, mi sono trovato a riflettere su qualcosa di cui a Grazie si parla continuamente: la tradizione. Quelli di noi che ricordano le prime generazioni di madonnari sanno che qualcosa è realmente andato perduto. Alcuni di quegli artisti erano personalità straordinarie: orgogliose, eccentriche, difficili, divertenti, fieramente indipendenti. Ugo Corsi li ha descritti recentemente come personaggi della Commedia dell’Arte. Detto da lui, che conserva qualcosa di quello stesso spirito, mi sembra un paragone particolarmente felice. All’inizio erano pochissimi. Molti venivano dal Sud Italia e arrivavano in quella che allora era una piccola comunità agricola lombarda. La popolazione locale faceva spesso fatica a capire il loro modo di parlare e, qualche volta, mi chiedevano persino di tradurre. Provenivano da un’altra Italia e da un altro mondo sociale, e le loro personalità lasciavano un’impressione enorme sul pubblico.
Non possiamo ricreare quelle persone, e non dovremmo fingere di poterlo fare. A volte penso che percepiamo giustamente la perdita di quella generazione, ma attribuiamo erroneamente quella perdita a un cambiamento della tecnica artistica. In realtà, dopo tanti anni, ciò che mi colpisce è quanto poco sia cambiata la pratica essenziale. Naturalmente gli artisti sono migliorati. È migliorato il disegno. È migliorato il colore. Sono cresciute le dimensioni e si è sviluppata la composizione. I materiali si sono evoluti. Questo è ciò che accade quando un’arte rimane viva. Ma il gesto fondamentale è ancora qui: un artista che lavora direttamente davanti al pubblico, creando un’immagine con colori secchi (a volte sfumati con un po’ d’acqua) su una superficie temporanea. E forse dobbiamo stare attenti che la nostalgia per gli artisti straordinari del passato non ci impedisca di vedere gli artisti straordinari che abbiamo davanti a noi oggi. Parliamo comodamente dei “madonnari”, ma non esiste un unico tipo di madonnaro. Qui ci sono circa 150 individui: personalità artistiche forti, eccentriche e indipendenti, ciascuna con una propria formazione, cultura, immaginazione e visione personale. Nel loro insieme, ciò che questi artisti hanno realizzato negli ultimi cinquant’anni è straordinario.
Senza aspettare il riconoscimento del mondo ufficiale dell’arte, senza dipendere da gallerie, critici, musei o curatori, i madonnari hanno portato questa forma d’arte in tutto il mondo, coinvolgendo migliaia di artisti che hanno realizzato opere direttamente sulla pavimentazione e milioni di spettatori che hanno assistito alla loro creazione. Artisti provenienti da paesi e tradizioni diverse hanno scoperto quest’arte, l’hanno interpretata attraverso la propria cultura e, in molti casi, sono tornati qui a Grazie portando con sé quelle esperienze. Se esiste un’arte popolare per eccellenza, è questa. Per gran parte della sua storia moderna, quest’arte è cresciuta direttamente nello spazio pubblico ed è stata trasmessa soprattutto dagli artisti stessi: da artista ad artista e da artista a spettatore, attraverso i viaggi, la competizione, la collaborazione, l’amicizia, la rivalità, la sperimentazione e l’esperienza. Questo non diminuisce il ruolo fondamentale del Comune di Curtatone, dei tanti organizzatori che negli anni hanno sostenuto la manifestazione e, oggi, del Museo dei Madonnari, che sta assumendo un ruolo sempre più importante nella documentazione, nella conservazione e nella trasmissione di questa storia.
Il Museo ha inaugurato una mostra documentaria con fotografie scattate qui nel 1973. È un’occasione straordinaria perché, in questo preciso momento, il pubblico può confrontare le testimonianze di mezzo secolo fa con le opere che gli artisti hanno appena realizzato nella stessa piazza. Questo confronto ci permette di vedere insieme continuità e cambiamento. E ci ricorda anche qualcosa di importante: fino a tempi molto recenti, la diffusione internazionale dell’arte dei madonnari è avvenuta soprattutto attraverso gli artisti stessi, che l’hanno portata con sé da una città all’altra e da un paese all’altro. La sua autorevolezza non è stata concessa dal mondo dell’arte. Sono stati gli artisti stessi a conquistarla. Per questo credo che sarebbe un grave errore storico prendere l’esperienza di un piccolo gruppo di artisti, riuniti in un particolare momento di cinquant’anni fa, e utilizzarla per stabilire ciò che tutte le generazioni successive possono o non possono diventare. Una tradizione viva non si conserva attraverso la ripetizione. Si conserva attraverso la trasmissione. Ogni generazione riceve qualcosa, vi aggiunge qualcosa di proprio e lo trasmette a quella successiva. E questo mi porta ad Assisi.
Tra pochi giorni alcuni di noi avranno la straordinaria responsabilità di portare questa tradizione in un luogo di enorme importanza storica e spirituale. Non rappresenteremo soltanto noi stessi. Rappresenteremo Grazie, gli artisti che ci hanno preceduto, gli artisti che lavorano qui oggi e una forma d’arte che è sopravvissuta proprio perché generazioni di individui le hanno donato il proprio talento, la propria energia e la propria visione personale. Chiedo quindi a tutti coloro che parteciperanno ad Assisi di dare il meglio di sé: per onorare San Francesco, per onorare Grazie e, soprattutto, per onorare questa straordinaria forma d’arte che condividiamo. Grazie, e complimenti a tutti voi.






























