“Università, innovazione e progettazione: il decennio che ha ridisegnato Mantova”, intervista all’assessore di Mantova Adriana Nepote

MANTOVA –  Dieci anni di lavoro lontano dai riflettori. Adriana Nepote, assessore del Comune di Mantova con deleghe a università, innovazione, progettazione e fundraising, traccia il bilancio di un percorso amministrativo fondato su metodo e visione: dalla nascita dell’ufficio bandi al ruolo dell’università come leva di sviluppo, passando per i progetti europei e il lavoro “sott’acqua” della macchina comunale.
Dieci anni di assessorato all’università e alla ricerca, ma soprattutto di progettazione e fundraising. Quando è iniziato questo percorso, che tipo di Comune era Mantova?
«Dieci anni fa Mantova era un Comune che rischiava di fermarsi sull’ordinaria amministrazione. Noi abbiamo scelto un’altra strada: dotarci di un ufficio dedicato alla progettazione non solo per intercettare risorse, ma per dare una regia alle politiche della città. Senza una visione chiara, i bandi non servono. Se ci fossimo limitati a gestire l’ordinaria amministrazione, interventi come la rigenerazione dell’area Mantova Hub o il rafforzamento del polo universitario sarebbero rimasti nel cassetto dei desideri. Abbiamo cambiato approccio: grazie a un metodo basato sulla programmazione siamo passati dalla rincorsa dei bandi a una strategia proattiva. Non aspettiamo che escano i bandi per chiederci cosa fare, ma cerchiamo di farci trovare pronti con progetti già pensati. Questo ci ha permesso di intercettare milioni di euro che hanno cambiato il volto di quartieri interi e potenziato i servizi, senza gravare in alcun modo sulle tasse dei mantovani».
Quando nasce l’“ufficio bandi”? E come si struttura nel tempo?
«Nasce subito nel 2015. Il sindaco Mattia Palazzi mi chiamò e mi disse: “Sei ingegnere, sei metodica, parli le lingue: mi servi per costruire l’ufficio bandi”. Lui è fatto così: se vede un’opportunità per la città coinvolge subito le persone. Poi è anche molto esigente sui risultati. Oggi abbiamo un metodo solido e una squadra strutturata: l’ufficio progetti è composto da quattro persone, più stagisti universitari che negli anni sono stati una risorsa importante. Non lavoriamo a compartimenti stagni: Nidi Gratis, Generare il Futuro, Pinqua non sono interventi casuali, ma tasselli di una visione unica di città».
Si può parlare di un lavoro “sott’acqua” quotidiano?
«Spesso i cittadini vedono il nastro tagliato, ma dietro ogni opera o servizio c’è un motore invisibile che coinvolge l’intero Comune. Non è mai il merito di un singolo ufficio, ma di una vera squadra multidisciplinare. I progetti sono trasversali e, proprio per questo, richiedono un dialogo costante tra settori diversi: dai Lavori Pubblici alla Cultura, dall’Ambiente al Welfare, dall’Istruzione alle politiche per la Famiglia, fino al supporto essenziale degli uffici amministrativi. Senza questa sinergia tra la visione politica e la solidità tecnica di ogni settore, sarebbe stato impossibile gestire una mole di investimenti così complessa. È un lavoro corale che attraversa tutta la pubblica amministrazione: quando la squadra lavora nella stessa direzione si riesce a trasformare le idee in risultati».
Si ricorda il primo bando vinto?
«Era un bando Cariplo, legato a sport e welfare, circa 100mila euro. Lo ricordo perché Cariplo ha una metodologia molto rigorosa e nulla è scontato. C’era tanto lavoro dietro e persone di altissimo valore tecnico, alcune oggi non sono più in ufficio ma restano fondamentali in quel percorso».
E un bando non andato a buon fine?
«Le Urban Innovative Actions: cinque candidature, progetti enormi, da cinque milioni ciascuno, su temi di altissima innovazione. Non ne abbiamo vinto uno, ma ci hanno fatto crescere moltissimo. Oggi quella linea è stata ripensata per città più piccole e stiamo valutando di riprovarci».
C’è mai stato un momento in cui avete pensato: “questa volta non ce la facciamo”?
«Sulle candidature no: pensiamo sempre di farcela. La vera difficoltà arriva dopo, quando vinci. L’implementazione è la parte più complessa: ti rendi conto che il lavoro richiesto è molto più di quello immaginato in fase di candidatura. Non è “non ce la facciamo”, ma “quanto lavoro dovremo fare in più”. Ed è lì che emerge la forza dei tecnici: nel Comune ci sono professionalità davvero notevoli».
Università: qual era l’obiettivo nel 2015 e qual è oggi la sfida principale?
«L’obiettivo era chiaro allora ed è chiaro oggi: far crescere Mantova come città universitaria. Nel 2015 i corsi erano tre, oggi abbiamo ampliato l’offerta con Ingegneria Informatica, Economia e Gestione Aziendale, Chimica Verde. Anche quando altri soci fondatori riducevano il loro contributo, noi abbiamo scelto di non tagliare: l’università è uno dei pilastri dello sviluppo, non solo tecnologico ma anche sociale. La sfida oggi è rendere Mantova una città che non solo forma studenti, ma li trattiene: servizi, alloggi accessibili, qualità della vita. L’università deve essere un motore reale, non un corpo estraneo».
È vero che la delega alle relazioni internazionali le è stata affidata perché è poliglotta?
«Non sono l’unica poliglotta della giunta, anche se parlo inglese e spagnolo e ho maturato esperienze di lavoro all’estero che sicuramente aiutano. Le lingue servono a comunicare, ma da sole non bastano: i contenuti devi averli. La vera “lingua universale” che ha permesso a Mantova di posizionarsi in Europa è quella dei suoi valori e del suo patrimonio: cultura, arte, musica, cibo, il nostro essere sito UNESCO. Parlare direttamente con un dirigente a Bruxelles può accorciare le distanze, ma ciò che fa davvero la differenza è la credibilità politica e la capacità di presentare progetti solidi. L’Europa ti ascolta se hai una visione chiara e un metodo serio».
C’è stata una città europea con cui vi siete trovati particolarmente bene e ha rappresentato un riferimento?
«Sul fronte della cultura, il progetto C-Change, guidato dalla città di Manchester, è stato un riferimento importante: Mantova ha lavorato in un partenariato internazionale che ci ha permesso di confrontarci su politiche culturali e sostenibilità, inserendoci in una rete europea molto qualificata. Sul tema ambientale, invece, il progetto Urban GreenUP – finanziato da Horizon 2020 – è stato centrale. In quel caso Mantova ha partecipato come città “follower”, insieme a Ludwigsburg, replicando strategie sperimentate dalle città pilota, tra cui Valladolid. È stato un passaggio fondamentale per lavorare sulle Nature Based Solutions e confrontarci con realtà europee molto avanzate. Da questi progetti sono nate relazioni che poi hanno generato ulteriori collaborazioni: nella progettazione europea funziona così, da un progetto ne nasce un altro».
Agenda digitale e smart city: quali sono stati i passaggi concreti in cui l’innovazione ha davvero cambiato il modo di lavorare del Comune?
«La tecnologia per noi è uno strumento per rendere la macchina comunale più veloce e vicina alle persone. Grazie a oltre 800mila euro di fondi PNRR abbiamo rivoluzionato i sistemi interni di gestione. È un lavoro “sotto traccia” che il cittadino non percepisce direttamente, ma che produce benefici reali: basti pensare che oggi i tempi allo sportello anagrafe sono stati drasticamente ridotti. Tuttavia, sono convinta che una vera Smart City non sia fatta solo di algoritmi o sensori. Per me una città è “intelligente” quando usa l’innovazione per essere più umana. Una Smart City è quella che ha più alberi e piste ciclabili, che offre opportunità di lavoro per i giovani, che garantisce scuole moderne, sicurezza e un’attenzione maggiore verso chi ha più bisogno. L’innovazione ha senso solo se si traduce in una migliore qualità della vita per ogni cittadino».
Tra tutte le sue deleghe, quale l’ha fatta tornare a casa più stanca?
«Tutte. In momenti diversi. In questi dieci anni c’è stato almeno un momento in cui ogni delega mi ha fatto dire: “È troppo”. Ma è anche il segno che stai lavorando davvero. La soddisfazione arriva quando quel lavoro invisibile migliora concretamente la vita delle persone».
C’è un progetto di cui va particolarmente fiera? E un rammarico?
«Sono molto legata a Erasmus+ e a Generare il Futuro. Con Erasmus+ abbiamo intercettato oltre 1,1 milioni di euro e permesso a 504 ragazzi delle superiori di vivere un’esperienza europea vera. Generare il Futuro, invece, è un investimento da 16,5 milioni di euro: scuole, servizi, famiglie. Non porto con me veri rammarichi, piuttosto la consapevolezza che c’è ancora tantissimo da fare, soprattutto sul welfare. È l’ambito più complesso, quello delle persone, ed è quello che più ti resta addosso».
Qual è la differenza tra un Comune che insegue i bandi e uno che li guida?
«Tre cose: visione della città, metodo di lavoro e squadra. La squadra è politica, grazie alla compattezza costruita dal sindaco, ma è anche tecnica: ogni ufficio porta competenze specifiche. Se manca anche uno solo di questi elementi, il progetto non regge. A questo vorrei aggiungere il valore del nostro territorio: Mantova è un laboratorio creativo incredibile grazie a un tessuto vivissimo di associazioni culturali, sportive e sociali. Saper ascoltare queste realtà e trasformare la loro energia in progetti solidi è ciò che ci rende credibili agli occhi dei finanziatori europei e nazionali. In dieci anni parliamo di investimenti complessivi che superano i 300 milioni di euro tra bandi e cofinanziamenti».
Ai cittadini, cosa sente di poter dire oggi dopo dieci anni di governo?
«Che i fatti contano più delle parole. Con lavoro, competenza e dedizione si può cambiare davvero il volto di una città. Sono orgogliosa di aver fatto parte di questa squadra. La continuità rappresentata da Andrea Murari è un’opportunità per proseguire un percorso che ha ancora molto da dare a Mantova».