Eterotopie a Santa Barbara: Monteverdi nel presente

Il genio del divin Claudio continua ad aggirarsi nel cuore della città-stato gonzaghesca, come un soffio che non si lascia confinare nella storia. In una sera degna del finale di Rigoletto – Mantova immersa in una densa coltre di nebbia, il lago scuro a due passi come una quinta teatrale– lo scorso 6 dicembre la voce del Maestro riecheggiava, sublime e avvolgente, nello scrigno di Santa Barbara, per uno degli appuntamenti più alti del ciclo Eterotopie, cesellato con la consueta finezza da Leonardo Zunica e inserito nel cartellone di Mantova Musica. Nulla fuori posto: un omaggio che trascendeva la categoria del tributo per farsi filo teso, specchio che interroga, gesto che apre varchi per un dialogo vivo con il passato che ci abita. Un passato che, in quella sera di grazia, si incarnava in un presente sapido, immaginifico, quasi visionario. A introdurre lo spiritus temporis, l’organo Antegnati, con un’ardita improvvisazione dal cui pedale respirante affiorava, a sorpresa, una melodia nuda, flautata: la voce della melodica nelle mani di Claudio Sanna, che della serata sarebbe stato l’intenso, devoto, coraggioso traghettatore alle prese con un viaggio in solitaria che lo avrebbe condotto a radunare, lungo un sentiero immaginario, una costellazione di voci contemporanee, tutte raccolte attorno al celebre madrigale Sì dolce è ’l tormento. Percorrendo la navata, circondando il pubblico, avvolgendolo in un moto circolare, l’interprete conduceva già dentro l’esperienza ancor prima che il sipario di questo teatro interiore si alzasse. E in quel silenzio fitto – più da cenacolo che da platea – era chiaro che ciò che stava accadendo non era semplice concerto ma un autentico incontro tra ascolto e pensiero, tra suono e senso, tra musica e identità. Da quel calco madrigalistico, da quell’essenzialità purissima e affilata, sgorgava un ventaglio di miniature incise con punta sottile da quattordici compositori del nostro tempo. Frammenti in cammino, lettere al progenitore e insieme angolazioni diverse – tutte figlie della stessa sorgente – da cui osservare la storia e, attraverso essa, noi stessi. Il passo meditativo di Giuseppe d’Amico innalzava un canto sospeso in un corale austero e insieme indulgente: un tormento davvero “dolce”, dipanato sul velluto di soavi piani timbrici. L’omaggio di Riccardo Collu camminava sulla neve ghiacciata della rarefazione, con il canto che scioglieva i suoi esili fili sul tessuto di armonie incrinate. L’elegante inchino di Gabrio Taglietti scolpiva la sinopia del tema nelle zone sovracute della tastiera, come verità indicibili, mentre un ritmo ostinato della mano sinistra presto si deformava, digradante, attratto dal buio delle tinte estreme, in una divaricazione dolorosa e avvincente. Qui, l’irraggiungibile nobiltà del canto monteverdiano, da larva scarnificata, si innalzava, alata, magnifica, a nuova vita. Gabriele Verdinelli faceva della sua pagina un enigma di echi e di altrettanto sibilline risposte, sospese nel vento del pedale di risonanza. Nel gesto toccatistico di Claudio Bonometti, la torrenziale strumentalità custodiva, tra le pieghe, la linea melodica del madrigale, cantus firmus interiore qui elevato ad architrave per una sbrigliata fantasia. Poi giungeva la natura morta di Gaia Aloisi: un paesaggio desolato che, sui lacerti monteverdiani, tremava di trilli imploranti, raggelato in brandelli di un tema incapace di ritrovarsi compiuto. E Alessandro Millia, con i suoi accordi ostinati e reticenti, lasciava il madrigale affiorare da lacerti di memoria, nudo e fragile come cera. Le armonie erratiche di Luigi Moscardi bussavano alla porta del cuore monteverdiano con smarriti cromatismi. Il tassello di Carlo Pedini limava il modello madrigalistico e ne ricavava un volto quasi irriconoscibile nella suggestiva, allucinata foschia armonica di un tessuto disgregato; a seguire, giungeva il ribollire materico e spiraliforme di Ugo Raimondi, aperto da un arpeggio che era domanda cosmica, urticante. L’omaggio di Claudio Rastelli mimava il rapsodico, capriccioso incedere di una passacaglia che si sfarinava in un crescendo impulsivo, marcatamente tastieristico, subito raccolto, con segno differente, da Paolo Ugoletti. Mauro Montalbetti scolpiva una pietra vulcanica che sputava lapilli di accordi raggrumati prima di scivolare verso l’approdo, intimo, solenne, affidato a Simone Campanini. A suggello, di nuovo, la voce dell’organo: il segno del cerchio che si chiude, in un disegno celeste. Da Monteverdi a Monteverdi, a cospetto del suo eterno presente. Per chi c’era, la certezza di aver assistito a uno dei concerti destinati a restare tra i più significativi di questo 2025 che volge alla fine. Non un omaggio, ma un attraversamento: una serata in cui la musica, ancora una volta, si è fatta specchio e della nostra ostinata ricerca di senso.

elide bergamaschi