A Cremona il violino non è soltanto uno strumento: è una parte dell’identità della città, una presenza concreta fatta di legno, corde, vernice e storia. È naturale, allora, che proprio qui la domanda su che cosa possa essere oggi la musica classica assuma una particolare risonanza. La XIV edizione dello Stradivari Festival, intitolata Il futuro della Classica – La Classica del Futuro, parte da questa consapevolezza e costruisce un cartellone nel quale grandi interpreti, strumenti storici e repertori di epoche diverse vengono accostati secondo percorsi tutt’altro che scontati. Il direttore artistico Roberto Codazzi ha scelto di affidare la rassegna a una nutrita rappresentanza del grande concertismo internazionale, da Sergej Krylov, artista in residenza, a Sol Gabetta, da Augustin Hadelich a Xavier de Maistre, passando per Raffaele Pe, il duo formato da Sergei e Lusine Khachatryan, Francesca Dego, Alessandro Carbonare e Alessandro Taverna. A fare la differenza, però, non è soltanto la qualità degli interpreti, ma la costruzione dei programmi: accanto alle pagine più note compaiono autori meno frequentati, riletture, trascrizioni e accostamenti che permettono di osservare il repertorio da prospettive diverse. L’inaugurazione, il 29 settembre all’Auditorium Arvedi, è affidata ai Wiener Concert-Verein, formazione cameristica della tradizione viennese, impegnata in un programma che riunisce Edvard Grieg, Carl Nielsen, Benjamin Britten e Granville Bantock. La Holberg Suite di Grieg, costruita su forme di derivazione settecentesca ma filtrate attraverso la sensibilità romantica, apre un percorso che prosegue con la Little Suite di Nielsen e la Simple Symphony di Britten, pagina brillante e ritmicamente vivace nata dal recupero di materiali giovanili del compositore inglese. Chiude Scene from the Scottish Highlands di Bantock, autore oggi molto meno eseguito rispetto ai suoi contemporanei. Già da questo primo appuntamento emerge uno dei criteri del festival: affiancare nomi stabilmente presenti nei programmi delle sale da concerto a musiche che meritano di essere riascoltate. Il 10 ottobre la prospettiva cambia radicalmente con Raffaele Pe, protagonista di Barocco & Other Stories – From Monteverdi to The Beatles. Il controtenore sarà accompagnato da La Lira di Orfeo e dalla partecipazione di Saturnino. Il programma comprende Monteverdi, Henry Purcell e John Dowland, ma anche Antônio Carlos Jobim, Domenico Modugno e George Harrison. La distanza fra questi autori è evidente, ma proprio per questo l’accostamento permette di seguire la trasformazione della scrittura vocale attraverso quattro secoli, dalle forme del madrigale e della musica barocca alla canzone d’autore e alla popular music. La presenza di Saturnino introduce inoltre un diverso modo di concepire ritmo, accompagnamento e struttura, mentre Pe porta nel progetto la competenza maturata nel repertorio antico. Il 17 ottobre si torna alla grande tradizione cameristica con Edicson Ruiz, Rosanne Philippens, Sara Ferrandez, Alban Gerhardt e Thomas Hoppe, rispettivamente contrabbasso, violino, viola, violoncello e pianoforte. Al centro della serata ci sono due opere fondamentali del Romanticismo: la Trota di Franz Schubert e il Quintetto per pianoforte n. 1 di Johannes Brahms, proposto nella versione elaborata da Arnold Schönberg. La scelta di quest’ultima partitura introduce un elemento particolarmente interessante: un compositore del Novecento interviene su un’opera dell’Ottocento, modificandone l’organico e ampliandone la dimensione timbrica con il contrabbasso. Il risultato consente di ascoltare Brahms attraverso una sensibilità diversa da quella originaria, mentre la Trota conserva tutta la sua immediatezza melodica e la raffinata scrittura d’insieme. Uno dei nomi destinati a caratterizzare maggiormente l’edizione è quello di Sergej Krylov, scelto come artista in residenza. La sua presenza si inserisce nel rapporto privilegiato che il festival mantiene con il violino, non soltanto come protagonista del repertorio ma anche come oggetto nel quale si incontrano storia della musica e storia della liuteria. A Cremona, infatti, la qualità dell’interprete si confronta inevitabilmente con quella dello strumento, soprattutto quando vengono utilizzati esemplari appartenenti alle grandi collezioni storiche. È il caso di Augustin Hadelich, atteso all’Auditorium Arvedi insieme al pianista Charles Owen. Il loro recital attraversa tre secoli di musica: si parte da Nicolas de Grigny, compositore francese vissuto fra Sei e Settecento, per arrivare a Debussy, Takemitsu, Poulenc, Ysaÿe e Prokof’ev. Il programma comprende la trascrizione realizzata da Hadelich del Récit du Chant da Pange Lingua di de Grigny, la Sonata n. 3 di Debussy, Distance de Fée di Takemitsu, la Sonata di Poulenc, un brano di Ysaÿe e la Sonata n. 2 in re maggiore di Prokof’ev. È una successione che mette a confronto il linguaggio francese, le nuove sonorità del Novecento, la scrittura virtuosistica e la modernità ritmica di Prokof’ev. A rendere ancora più particolare il recital sarà lo strumento: Hadelich suonerà un Guarneri del Gesù del 1744, uno dei grandi capolavori della liuteria cremonese. Il tema del tempo, invece, è alla base del recital del 7 novembre di Sergei e Lusine Khachatryan. Il programma, significativamente intitolato Time, costruisce una sequenza attraverso tre date: 1717, 1817 e 1917. La Ciaccona dalla Partita n. 2 di Johann Sebastian Bach rappresenta il primo punto di riferimento; segue una Sonata di Franz Schubert, per arrivare al 1917 con la Sonata in sol minore di Claude Debussy e quella in si minore di Ottorino Respighi. Il passaggio da Bach al primo Novecento permette di seguire l’evoluzione della scrittura per violino e pianoforte, dalla densità polifonica e dalla costruzione architettonica della Ciaccona alla ricerca timbrica e armonica di Debussy e Respighi. È un programma nel quale la cronologia diventa una vera struttura musicale.La dimensione cameristica torna protagonista anche con Sol Gabetta, attesa il 26 novembre insieme al pianista Bertrand Chamayou. Il loro programma è interamente dedicato a Grieg e Rachmaninov, attraverso le rispettive Sonate per violoncello e pianoforte. La Sonata op. 36 di Grieg appartiene alla piena maturità del compositore norvegese e conserva il carattere lirico e cantabile della sua scrittura; l’op. 19 di Rachmaninov, invece, porta il violoncello in una dimensione più ampia e virtuosistica, con un pianoforte di notevole impegno tecnico ed espressivo. Due compositori lontani per provenienza e linguaggio, ma accomunati dalla centralità della melodia e da una concezione fortemente narrativa dello strumento ad arco. Il 5 dicembre sarà quindi il turno di Xavier de Maistre, uno dei più importanti arpisti della scena internazionale, insieme alla Camerata Vienna Milano. Il programma comprende Penderecki, Händel, Vivaldi, Bottesini e Mozart, attraversando Barocco, Classicismo, Ottocento e Novecento. La presenza dell’arpa acquista un rilievo particolare proprio a Cremona: Stradivari non costruì esclusivamente violini, ma si dedicò anche agli strumenti a pizzico, arrivando a progettare un’arpa. È un dettaglio della storia della liuteria che trova qui una naturale prosecuzione musicale. Fra gli appuntamenti più originali rientra anche quello dedicato a Mozart e Arvo Pärt, con il Requiem mozartiano proposto in una versione per due quartetti, vocale e strumentale, accanto a Da pacem Domine del compositore estone. La riduzione del Requiem a un organico cameristico mette in evidenza le singole linee vocali e strumentali e modifica la percezione di una partitura generalmente associata a una dimensione corale e orchestrale imponente. Pärt, con la sua scrittura essenziale e raccolta, appartiene a un’altra epoca e a un altro linguaggio, ma rimane all’interno della stessa tradizione della musica sacra. La conclusione del festival, il 18 dicembre, coincide con il Stradivari Memorial Day e riunisce Francesca Dego, Alessandro Carbonare e Alessandro Taverna. Il loro programma guarda quasi interamente al Novecento: Charles Ives, Gian Carlo Menotti, Igor Stravinskij, Gershwin nella rielaborazione di Robert Russell Bennett e Béla Bartók. Particolarmente significativa è la presenza di Contrasts di Bartók, scritto per violino, clarinetto e pianoforte e nato dalla collaborazione con il violinista Joseph Szigeti e il clarinettista Benny Goodman. La pagina fonde elementi della musica colta europea, influssi popolari e suggestioni jazzistiche, affidando ai tre strumenti un ruolo fortemente paritario. Dego, inoltre, suonerà uno Stradivari proveniente dalla collezione Beare, riportando ancora una volta al centro della serata il patrimonio della liuteria storica. In mezzo a questi appuntamenti, il festival mantiene dunque una fisionomia precisa: non una semplice successione di concerti affidati a interpreti prestigiosi, ma una stagione nella quale la scelta degli artisti e quella dei programmi procedono insieme. Krylov rappresenta il cuore violinistico della rassegna; Hadelich porta un Guarneri del Gesù dentro un percorso che arriva a Prokof’ev e Takemitsu; i Khachatryan organizzano la storia attraverso tre date; Gabetta affronta il Romanticismo di Grieg e Rachmaninov; Pe porta Monteverdi fino ai Beatles; de Maistre allarga il campo all’arpa; il quintetto di Schubert e Brahms mostra come una partitura possa essere riletta da un autore di un’altra epoca; Dego, Carbonare e Taverna chiudono con il Novecento e uno Stradivari. Il risultato è un cartellone nel quale la parola «classica» assume un significato tutt’altro che statico. Non perché ogni programma debba necessariamente cercare contaminazioni, ma perché la storia della musica viene presentata nella sua complessità: opere celebri accanto a pagine rare, strumenti antichi affidati a interpreti contemporanei, repertori consolidati riletti attraverso trascrizioni e nuove formazioni. E a Cremona questa prospettiva ha una cornice difficilmente replicabile. Gli strumenti della liuteria storica custoditi dal Museo del Violino non sono soltanto testimonianze da ammirare, ma oggetti ancora capaci di produrre suono. L’Auditorium Arvedi, progettato acusticamente da Yasuhisa Toyota, è il luogo nel quale questo patrimonio incontra il concertismo internazionale. Qui il passato non viene semplicemente conservato: torna a vibrare nelle mani di musicisti che lo misurano con il repertorio di ieri e con quello di oggi. È forse questo il senso più concreto del titolo scelto per questa XIV edizione: non stabilire che cosa sia moderno e che cosa sia antico, ma affidare a interpreti e ascoltatori il compito di verificare, attraverso la musica, quali opere continuino a parlarci e quali strumenti abbiano ancora qualcosa da dire.
elide bergamaschi




























