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Festivaletteratura 2026 – “Vive di sussidi”, Geoff Dyer e la storia di un ragazzo qualunque diventato scrittore

di Barbara Barison

Mantova Raccontare i primi diciotto anni di vita, dal 1958 al 1976, quando apparentemente «non è successo nulla».
È questo il cuore dell’ultimo memoir di Geoff Dyer, Compiti a casa, al centro del dialogo con lo scrittore e giornalista Emanuele Atturo (Roger Federer è esistito davvero). Con uno sguardo chirurgico, minuzioso e profondo, Dyer trasforma l’esistenza ordinaria di un ragazzo di provincia in una narrazione universale, dove l’accuratezza del dettaglio si fonde con una costante vena di ironia e grande sensibilità.

«Sapevo da un po’ che avrei voluto scrivere qualcosa sulla mia infanzia e sul modo in cui sono cresciuto: non perché siano particolarmente interessanti, ma proprio perché non lo sono», spiega l’autore britannico. «Essendo un uomo qualunque, quei ricordi sono indicativi dei cambiamenti socioeconomici dell’epoca».
In quest’opera di autofiction, la memoria personale si intreccia all’analisi sociale. L’esperienza della Grammar School e il successivo approdo a Oxford segnano una cesura con le sue radici popolari. «Man mano che mi rendevo conto che la mia vita stava cambiando, è diventato via via più difficile comunicare con i miei genitori», racconta Dyer. «Non avendo fratelli o sorelle, stavamo avventurandoci in un terreno sconosciuto. Solo a vent’anni mi sono reso conto che si trattava di un passaggio di classe».
Emanuele Atturo lo sollecita su questo nodo centrale: «Questo esame tu lo definisci l’evento più importante della tua vita. Ma questa distanza che si è aperta tra te e i tuoi genitori era qualcosa che loro proiettavano su di te o anche tu ti sentivi con due identità diverse?».
Dyer risponde ricordando con ironia la reazione della famiglia quando, terminata l’università, scelse di vivere di sussidi statali a Brixton per potersi dedicare interamente alle sue letture: «I miei avevano grandissime speranze, ma io avevo maturato il gusto per la sola lettura. Quando i parenti chiedevano cosa facessi, loro erano costretti a dire: “Vive di sussidi”. Per me, in un modo bizzarro e matto, vivere così era la prova definitiva che ero diventato ‘middle class’». La Storia entra dalla porta di casa attraverso la precisione del ricordo, ossia la storia della working class britannica che si anima dei traumi del Novecento: dalle ferite riportate dal prozio nella battaglia della Somme nel 1916 fino allo zio muratore che, dopo aver costruito la casa di famiglia, si tolse la vita per le conseguenze psicologiche del secondo conflitto mondiale. «È a quel punto», osserva Dyer, «che tre fratelli precipitati da una vita rurale entrano a far parte del cuore del Novecento. È così che la nostra famiglia entra nella Storia».
Incalzato da Atturo sul percorso che lo ha portato a sviluppare uno stile così libero e peculiare, Dyer rende omaggio al suo maestro ideale, John Berger: «Nessun autore è stato più importante per me, quasi paragonabile ad un padre. Da lui ho imparato a non limitarmi a una sola specializzazione, e a scrivere di qualunque cosa evitando la falsa opposizione tra lettori esperti e gente comune. Se scrivi con sufficiente convinzione, entrambi impareranno qualcosa di nuovo e, soprattutto, si divertiranno».