Home Cronaca Batterio killer: caso chiuso. Nessun responsabile per la morte della piccola Alice

Batterio killer: caso chiuso. Nessun responsabile per la morte della piccola Alice

MANTOVA   Pietra tombale sulla vicenda Citrobacter, il batterio killer che, tra il 2018 e il 2020, all’ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento, aveva ucciso quattro neonati (Leonardo a fine 2018, Nina a novembre 2019, Tommaso a marzo 2020 e la mantovana Alice il 16 agosto 2020 morta a soli 5 mesi d’età), causando danni permanenti ad altri nove nonché colpendo in tutto un centinaio di nati prematuri. Per due di questi casi (tra cui segnatamente proprio quello mortale di Alice e quello di Benedetta, a causa dell’infezione da Citrobacter rimasta menomata a un mese dalla nascita), cinque anni fa erano finiti sotto accusa sette, tra medici e dirigenti dell’azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, circa le ipotesi di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose gravi e gravissime in ambito sanitario.
Lo scorso dicembre, con sentenza di non luogo a procedere, il giudice per le indagini preliminari Livia Magri aveva quindi prosciolto tutti gli indagati. La procura scaligera però, decorsi i termini per presentare ricorso in appello avverso tale verdetto, ha deciso di non impugnare il dispositivo, dopo che due gip avevano esaminato l’intera documentazione senza rilevare alcun tipo di responsabilità penali. «Dopo una meditata riflessione si ritiene di non impugnare la decisione del gip – ha dichiarato il procuratore capo Raffaele Tito -. Due diversi giudici non hanno ritenuto sussistente il rapporto di causalità tra l’omissione (che la procura considera chiara e inequivoca alla luce della relazione depositata dai propri consulenti tecnici) e la morte e le lesioni dei bambini nati prematuri all’Ospedale della Donna e del Bambino di Verona. Il rapporto di causa non può ricorrere sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di elevata probabilità logica di cui deve essere fornita adeguata prova rigorosa». Nemmeno i genitori di Alice (trasferitisi a Roverbella nel 2019) e Benedetta potranno ora presentare ricorso in quanto non costituitesi parte civile all’udienza preliminare a fronte del risarcimento ottenuto dall’ospedale di Borgo Trento.
La pubblica accusa dal canto suo aveva evidenziato come tra il gennaio e il maggio 2020 ci sarebbe stata una «fase di silenzio e immobilismo», poiché tra il 14 gennaio e il 6 maggio di quell’anno non si sarebbe più tenuta – stando ai verbali consultati dai tecnici della procura – alcuna riunione dell’equipe medica sulle infezioni del batterio killer. La colpa dei sette finiti sotto inchiesta sarebbe quindi stata, secondo gli inquirenti, quella di aver aspettato la data del 6 maggio prima di inasprire le misure di contenimento del Citrobacter. Nelle motivazioni della sentenza il giudice Magri aveva però sottolineato come i provvedimenti adottati in maggio «non fossero molto diversi da quelli decisi il 14 gennaio, a eccezione della sospensione dello screening universale». Lo stesso gip ha inoltre evidenziato come i consulenti della procura non fossero certi che un inasprimento delle misure avrebbe risparmiato la vita alla piccola Alice ed evitato le lesioni gravi di cui soffre Benedetta che oggi, a quattro anni, presenta danni permanenti di tipo motorio e cognitivo. «Non si vede come poter ipotizzare – scrive Magri – che le azioni di contenimento dei contagi del 6 maggio, se messe in atto alla fine di febbraio, avrebbero sortito un effetto di contenimento dell’epidemia. Gli stessi consulenti si esprimono prudentemente»
L’inchiesta era scattata nel 2020 a seguito di segnalazione della mamma di Nina che per prima, nel 2019, denunciò la morte della figlia a causa del batterio killer. Da lì era stato aperto un fascicolo dal pubblico ministero Maria Diletta Schiaffino. Una maxi perizia aveva però stabilito che solo per due casi, quello di Alice e Benedetta per l’appunto, poteva essere richiesto il processo: per i consulenti tecnici infatti solo le loro infezioni erano di certo compatibili con quella nosocomiale. «La nuova regola di giudizio, introdotta nel 2023 dalla riforma Cartabia, è collegata alla ragionevole previsione di condanna, quindi successivamente al periodo in cui sono state esplicate le indagini – ha precisato il procuratore capo -. Questa nuova regola impone al giudice penetranti valutazioni prognostiche in ordine alla responsabilità dell’imputato», non rilevate però in sede di udienza preliminare.