Home Cronaca Delitto Capuano, a processo la figlia: rischia l’ergastolo

Delitto Capuano, a processo la figlia: rischia l’ergastolo

MANTOVA Omicidio volontario premeditato. Da tale pesante accusa sarà ora chiamata a difendersi sul banco degli imputati Rosa Capuano, la 47enne campana accusata dell’assassinio del padre Francesco, 79 anni, freddato a colpi di revolver la mattina dell’antivigilia di Natale di un anno fa all’interno della propria auto a Suzzara.
A deciderlo, ieri al termine dell’udienza preliminare, il gup Maria Silvia Siniscalchi che, suffragando in toto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura, rappresentata nel caso di specie dal sostituto Alessia Silimbani, ha quindi disposto a carico dell’indagata il processo con avvio fissato per il prossimo 21 maggio innanzi alla Corte d’Assise di Mantova.
Di contro, il difensore della donna, l’avvocato Antonio Trabucco del Foro di Santa Maria Capua Vetere, ha sostenuto istanza di non luogo a procedere nei confronti della propria assistita sia nelle formula “per non aver commesso il fatto” che in quella “perché il fatto non sussiste”. Questo, stando alla tesi del legale, sulla scorta di «comprovati riscontri investigativi», afferenti in primis l’arma del delitto, una calibro 22 ritenuta dai Ris di Parma del tutto compatibile con quella utilizzata «pur senza la certezza assoluta» che quella rinvenuta in un beauty case della 47enne sia proprio quella dal grilletto premuto. In seconda battuta poi, sempre secondo la disamina difensiva, «l’incompatibilità di tale arma con la possibilità di poter montare un silenziatore», elemento questo che cozzerebbe con il fatto che nessun altro dei residenti del palazzo avrebbe sentito i rumori sordi dei colpi esplosi.
Costituitisi invece quali parti civili gli altri tre figli della vittima, nonché fratelli della presunta responsabile. Segnatamente era il 23 dicembre 2024 quando proprio Rosa Capuano aveva dato l’allarme, chiamando i carabinieri dopo aver rinvenuto il padre, bidello in pensione originario di Scampia, morto nel garage di via Biolcheria. Fin dai primi giorni però su di lei si erano accentrati i precipui sospetti degli inquirenti per quello parso fin da principio come un agguato in piena regola: più colpi di arma da fuoco, sei, esplosi a bruciapelo, nessuna telecamera, niente testimoni, nessun movente apparente. La donna aveva infatti raccontato di essersi allontanata per pochi minuti, «prima di accompagnarlo a fare la spesa per recuperare sigarette e fazzoletti dimenticati dal 79enne in casa». Al suo ritorno nella rimessa condominiale poi, aveva quindi asserito di aver ritrovato il genitore accasciato sul volante della sua Fiat Panda, ormai senza vita. Forse ammazzato da un killer. Ma la storia del probabile sicario non aveva retto, troppe contraddizioni, anche se ad oggi, come concordato pure dall’avvocato di parte civile Eugenio Palumbo, l’idea di un complice resta comunque in piedi: «Non può aver ordito tutto da sola». Gli accertamenti scientifici dei carabinieri avevano quindi mostrato tutt’altro scenario.
Su viso, mani e indumenti della donna i Ris avevano infatti repertato residui di polvere da sparo, così come anche nel bagno di casa, nonché tracce del sangue della vittima sui suoi vestiti. Poi la calibro 22 da lei occultata assieme a due cartucce inesplose e tre bossoli ritenuti compatibili con quelli del delitto.
Due infine i paventati moventi su cui ora, in sede dibattimentale, si dovrà snodare l’aggravante da ergastolo della premeditazione a lei contestata: una questione ereditaria a fronte di un testamento olografo dell’anziano in favore della figlia. L’altro, ascrivibile invece a una volontà della 47enne di affrancarsi da un padre ritenuto troppo possessivo.