E’ stato un altro primo maggio, la festa del lavoro, con scarsa coesione fra la politica e la società. Ognuno ha detto la sua senza proporre punti di contatto. L’attuale situazione economica e sociale si deve superare, ma per farlo occorre essere disponibili a trovare punti di convergenza verso un obiettivo che riduca le disparità di vita nel nostro Paese. Tra il lutto ancora vivo per l’addio a papa Francesco, che sulle necessità di chi lavora e la condanna delle morti sul lavoro ha sempre detto parole di larga condivisione e la vigilia di una consultazione referendaria che sembra più dividere che non mobilitare e unire i lavoratori, si avverte sfiducia nella possibilità che i grandi problemi del lavoro possano essere risolti. Quasi impossibile la ricerca di un ruolo univoco fra governo, sindacati, partiti e società per uscire dalla palude nella quale siamo immersi. E dire che questo ruolo univoco raggiunto dopo la guerra pur rimanendo ognuno identitario con le proprie ideologie, ci fece superare il disastro delle morti e delle distruzioni fino a farci approdare nel miracolo economico. Si dirà che la storia si ripete ma mai uguale, è vero, ma se i tempi non sono mai uguali le difficoltà sono sempre le stesse e per superarle è necessaria una comune volontà. E se sono segnali incoraggianti il miglioramento del quadro occupazionale, resta insoluto il problema del livello dei salari, su cui il governo qualcosa ha fatto, ma poco per avvicinarli alla media europea. L’insufficienza salariale a molti pur lavorando non permette di arrivare alla fine mese. Ciò provoca un diffuso malcontento e disaffezione nei confronti della politica. Va pur detto che gli aumenti salariali in un’economia liberale non dipendono solo da decreti legge né dalla politica, bensì dal mercato. Per cui in un Paese in cui la contrattazione è fra le più alte si trovi il modo di muovere il mercato. Si cerchi, ad esempio, il modo di rinnovare i contratti alla giusta scadenza. Non va oltre rimandata l’estirpazione della piaga delle morti bianche, problema che il primo maggio è risuonato forte, univoco e suadente nei discorsi in piazza e nella politica. Morire di lavoro non si dovrebbe, mai, tanto meno nel 2025. Invece già questi primi mesi dell’anno si sono macchiati del sangue di molti lavoratori: le statistiche parlano di 138 denunce di incidenti mortali nel primo bimestre. Le morti sul lavoro non sono accettabili, la politica deve fare in modo che ci siano sempre meno incidenti sul lavoro e per raggiungere questo obiettivo, lo afferma il ministro del Lavoro, Calderone, “investire sulla formazione di imprenditori e lavoratori adottando le migliori pratiche e poi fare educazione nelle scuole, aggiungendo una riflessione sul dato in forte aumento delle morti nel percorso casa – lavoro”. Il primo maggio, festa del lavoro, a noi pare si sia parlato poco dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sull’occupazione, in particolare su quella oggi di fascia media. L’IA cancellerà infatti molte funzioni impiegatizie, nel settore amministrativo e contabile, nei servizi assicurativi e legali, nel marketing e nell’analisi dei dati di livello base, nella gestione dei clienti. Questi in linea di massima alcuni dei segmenti su cui si concentrerà il cambiamento. Una “rivoluzione” che, secondo l’Ocse, interesserà oltre il 27% dei posti di lavoro destinati forse a scomparire, ma più probabilmente a mutare profondamente. Occorre quindi impegnarsi da subito a costruire – governo, sindacati e imprenditori assieme – le nuove condizioni perché nessuno rimanga escluso.
GASTONE SAVIO









































