Mantova Cinque opere d’arte intrecciano la storia di un 77enne mantovano ex manager, a quella di un 70enne cremonese: una tela di Giuseppe Capogrossi, tre disegni di Giovanni Fattori e un dipinto di Riccardo Licata. Opere d’arte che sono valse ai due l’accusa di aver spacciato per autentici quadri falsi: copie di autori, con tanto di benedizione (leggi certificazione) del Vaticano. Ieri i due si sono difesi in tribunale a Cremona dove sono a giudizio. “Sono i quadri ricevuti in eredità da mio zio che faceva l’antiquario a Firenze— ha detto il 77enne mantovano —. Conoscendo mio zio, erano copie, per me non erano autentiche, non c’erano cartellini, certificazioni, niente”. Al 70enne cremonese che le ha poi messe in vendita per conto suo l’ex manager avrebbe detto “che erano opere di poco valore. Sul retro c’era la dicitura copie d’autore. Non c’era il certificato del Vaticano. Le tenevo in casa, gliele ho date in conto vendita, non ho mai visto un euro”. “Al mercatino vendevo un po’ di tutto – si è difeso il 70enne -. I quadri che mi sono stati dati potevano essere degli originali perché erano certificati dal Vaticano”. A far finire nei guai l’ambulante cremonese era stato un Sironi venduto a 4mila euro (un originale vale 10 volte tanto) a Pisa a un amico del maestro e riconosciuto come palesemente falso. Era scattata l’indagine dei carabinieri di Monza ed erano spuntati tra i quadri sospetti anche quelli del mantovano, finito a sua volta processo “in conto vendita”. Sentenza il prossimo 12 febbraio.







































