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Tutti in auto ma stanno sparendo quelli che le riparano: a Mantova calo del 14,% di meccanici in 10 anni

MANTOVA Può sembrare un controsenso, ma i numeri raccontano una storia solo in apparenza paradossale. L’Italia è il Paese europeo con la maggiore densità di automobili: circolano 701 vetture ogni mille abitanti, cioè sette auto ogni dieci persone. E il totale continua a crescere in misura pressoché costante sin dall’inizio degli anni Duemila . Oggi il parco auto ha superato quota 41 milioni e 300 mila mezzi. Nell’ultimo decennio si sono aggiunte poco più di 4 milioni e 200 mila vetture, con un aumento complessivo dell’11,5 per cento. Non solo: tra i grandi Paesi dell’Unione Europea abbiamo il parco auto più anziano. Quasi un’auto su quattro – il 24,3 per cento – ha più di vent’anni. Fa peggio soltanto la Spagna (25,6 per cento), mentre la Francia si ferma a poco più di una su otto (12,5 per cento) e la Germania addirittura a una su dieci (10 per cento) . Con così tante vetture, e per di più datate e bisognose di manutenzione, ci si aspetterebbe un aumento delle attività di autoriparazione (carrozzieri, autofficine, gommisti, elettrauto, etc.). Accade invece il contrario. Gli autoriparatori, in particolare quelli indipendenti, continuano a diminuire: nel 2024 le attività erano poco più di 75 mila e 200. Dieci anni prima erano 83 mila e 700, e il dato di Mantova è emblematico, perché la nostra provincia è al 23° posto in Italia per calo percentuale in questo settore (-14,8 percento), dove tra il 2014 e il 2024 le imprese di autoriparazioni sono scese da 633 a 539. Se a Mantova ne sono “scomparse” 94 in 10 anni, in Italia ne hanno chiuso circa 8 mila e 400, con un calo del 10 per cento. Questo approfondimento è stato realizzato dall’Ufficio studi della CGIA. Le cause della crisi delle autofficine artigiane Come dicevamo, in Italia il numero degli autoriparatori diminuisce anno dopo anno per una combinazione di fattori economici, tecnologici e sociali che stanno cambiando profondamente il settore dell’auto. Non si tratta solo di una crisi temporanea, ma di una trasformazione strutturale che rende sempre più difficile mantenere aperta un’autofficina tradizionale. Prima di tutto, i costi di gestione sono aumentati molto. Affitti, bollette energetiche, smaltimento rifiuti speciali, assicurazioni, normative ambientali e sicurezza sul lavoro richiedono investimenti continui. Molte piccole attività artigianali a conduzione familiare, che per decenni hanno rappresentato l’ossatura del comparto, faticano a sostenere queste spese con margini di guadagno sempre più ridotti. I clienti, infatti, cercano prezzi bassi e sempre più spesso acquistano online i pezzi di ricambio, comprimendo ulteriormente i ricavi. Un secondo fattore decisivo è la crescente complessità tecnologica delle auto moderne. Elettronica, centraline, sensori ADAS2, software di diagnosi e, soprattutto, veicoli ibridi ed elettrici richiedono strumenti costosi e formazione continua. Non basta più l’esperienza meccanica tradizionale: servono competenze informatiche e aggiornamenti costanti. Per molte officine investire decine di migliaia di euro in attrezzature e corsi non è sostenibile, quindi scelgono di chiudere. C’è poi il problema generazionale. I giovani mostrano poco interesse verso i mestieri manuali e artigianali, preferendo percorsi universitari o lavori percepiti come meno faticosi. Fare l’autoriparatore significa orari lunghi, lavoro fisico, responsabilità e spesso burocrazia. Senza ricambio, molte attività cessano quando il titolare va in pensione, perché non c’è nessuno disposto a rilevarle. Un altro elemento è la concorrenza delle grandi reti e delle concessionarie ufficiali. Queste strutture possono offrire pacchetti di manutenzione, garanzie estese e campagne promozionali grazie a economie di scala. Il piccolo autoriparatore indipendente fatica a competere sul prezzo e sulla percezione di affidabilità, soprattutto con auto ancora in garanzia. Infine, sottolinea la CGIA, le auto moderne richiedono meno manutenzione ordinaria rispetto al passato: intervalli di tagliando più lunghi, componenti più durevoli e meno interventi meccanici “classici”. Meno lavori significa meno entrate. In sintesi, la riduzione del numero degli autoriparatori deriva dall’incrocio tra costi elevati, tecnologia complessa, mancanza di ricambio generazionale e cambiamento del mercato. Per invertire la tendenza servirebbero incentivi alla formazione tecnica, sostegni agli investimenti e una maggiore valorizzazione del mestiere artigiano. Più auto, ma meno autoriparatori: in particolare a Fermo, Pescara, Barletta-Andria-Trani, Lecce ed Enna Al netto delle “anomale” crescite esponenziali verificatesi in Valle d’Aosta (+61,2 per cento) e in Trentino Alto Adige (+58,6 per cento), negli ultimi 10 anni sono Toscana (+14,5 per cento), Calabria (+13,3) e Puglia (+11,9) le regioni che hanno visto aumentare di più il numero di auto circolanti. In coda alla graduatoria troviamo la Liguria che, comunque, anch’essa ha registrato un lieve incremento (+2,5). Per contro, nell’ultimo decennio gli autoriparatori sono diminuiti ovunque. La contrazione più importante ha interessato l’Abruzzo con il -16,2 per cento (in valore assoluto pari a -363 attività). Seguono la Puglia con il –15,9 per cento (-984) e le Marche con il -15,6 per cento (-365). Tra tutte le regioni d’Italia, solo il Piemonte ha registrato una variazione positiva che è stata del +2 per cento (+140) (vedi Tab. 3). A livello provinciale, invece, le diminuzioni delle imprese di autoriparazione più significative hanno interessato Fermo con il – 20,7 per cento (-67), Pescara con il -20,5 (-104), Barletta-Andria-Trani con il 19,9 (-129), Lecce con il -19,2 (-284) ed Enna con il -19,1 (-66).

A Firenze, Isernia, Catania, Frosinone e Reggio Emilia ci sono le densità di auto più elevate d’Italia Come segnalavamo più sopra, l’Italia ha il numero di autovetture per abitante più alto d’Europa (701 ogni 1.000 abitanti). A livello territoriale, invece, il record spetta alla provincia di Firenze con 877 vetture per 1.000 abitanti. Seguono Isernia con 850, Catania con 811, Frosinone con 801 e Reggio Emilia con 793. Le realtà dove il tasso di motorizzazione è più basso le scorgiamo a Trieste con 579, a Milano con 571 e, in particolare, a Genova con 511 .