MANTOVA Lunedì all’esedra di Palazzo Te andrà in scena “De Andrè canta De Andrè”. Titolo semplice, essenziale, affascinante ed emozionante. Perchè nessuno come Cristiano De Andrè sa restituire meglio la sublime poesia del repertorio di Fabrizio De Andrè, figura imprescindibile del cantautorato italiano. Al papà, scomparso nel 1999, Cristiano ha dedicato quattro album e un tour che dallo scorso marzo sta riempiendo teatri e piazze di tutta Italia. La scaletta è vivamente consigliata a tutti coloro che hanno amato il cantautore genovese: c’è la summa della sua arte, del suo genio, del suo pensiero e dei suoi valori. Abbiamo raggiunto telefonicamente Cristiano per farci raccontare qualche curiosità in vista della tappa mantovana.
Innanzitutto, sei soddisfatto del tour?
«Molto. Ovunque andiamo veniamo accolti da tanto affetto. E quando salgo sul palco l’emozione si avverte».
Cosa significa per te cantare le canzoni di tuo padre?
«Intanto è una bella responsabilità. Ma soprattutto direi che è un modo per tenere viva la sua opera, anche se non ne avrebbe bisogno. In questo spettacolo rivisitiamo l’intera sua discografia, dagli esordi all’ultimo album del ’96, Anime salve. Sono brani riarrangiati da me e dai miei musicisti».
I brani, appunto. Com’è avvenuta la selezione? Quale criterio hai utilizzato per attingere da un repertorio così variegato?
«Ho cercato di estrarre il meglio dai quattro album che ho dedicato a lui. Secondo un gusto personale ma anche per accontentare i fan di tutte le epoche».
C’è un suo brano che hai riscoperto nel tempo?
«Faccio fatica a sceglierne uno. Diciamo che ci sono degli album che mi porto nel cuore e che apprezzo sempre di più: La buona novella, Non al denaro…, Crêuza de mä, L’indiano».
E un brano che non smette di emozionarti quando lo interpreti?
«Verranno a chiederti del nostro amore. Perchè mio padre lo scrisse per mia madre. E lì dentro c’è tutto».
Com’era il vostro rapporto?
«Altalenante. È stato complicato nel periodo in cui beveva, perchè era difficile “seguirlo”. Poi, quando ha smesso, i contrasti si sono appianati e la sua vita, le sue relazioni, ne hanno beneficiato».
Quale insegnamento, tra i tanti, ti ha lasciato tuo padre? A livello artistico e umano…
«La coerenza. L’etica che ha sempre avuto e rispettato. I valori in cui ha creduto e che ha seguito. Questi sono gli insegnamenti che spero di aver ereditato da lui e portato avanti, sia umanamente che artisticamente».
Olly, Alfa, Bresh, Tedua… La nuova musica italiana ha riportato in auge i genovesi: cosa ne pensi?
«Mi piace Bresh, diciamo che è quello che più si avvicina ai miei gusti: scrive testi interessanti e profondi. Sono felice di aver duettato con lui a Sanremo su Crêuza de mä».
A proposito di Sanremo: è vero che vorresti tornare in gara?
«Confermo. Mi sembra che nell’ultima edizione di Carlo Conti si sia respirata un’aria diversa, con una ritrovata attenzione per i cantautori. Sto scrivendo il mio nuovo disco e qualcosa presenterò».
Hai già scelto la canzone?
«No, ne ho più di una».
Chiudiamo con Mantova: la conosci? Ci sei mai stato?
«Sinceramente no, e sono felice di colmare questa lacuna. Suoneremo in un posto bellissimo e mi auguro che il pubblico partecipi con entusiasmo».








































