CREMONA Un bambino, un pupazzo, un libro illustrato. In questa triade elementare, quasi archetipica, si condensa il senso del Don Quichotte di Jules Massenet andato in scena al Teatro Ponchielli di Cremona per il circuito OperaLombardia, ultima tappa di una tournée che ha trovato qui il suo approdo dopo mesi nei teatri della provincia lombarda. Non un’opera sulla follia, né sull’eccesso romantico, ma una meditazione dolente e luminosa sull’identità che si sfalda, sulla memoria che si offusca lasciando tuttavia intatte, come isole, le passioni, i desideri, i sogni. La bella lettura registica di Kristian Frédric vedeva in Quichotte un raffinato intellettuale di belle maniere e costumi distinti, colpito dall’Alzheimer e costretto in un’elegante casa di riposo dove si gioca a carte, si fa festa, si accarezzano brandelli di vite lontane; perdendo il presente, egli ricostruisce il mondo con frammenti del passato attinti da un baule dei ricordi, in cui fantasia e realtà sono ormai fili così saldamente avvinti da risultare inestricabili. Non un espediente forzosamente attualizzante, ma una chiave ermeneutica che illuminava l’opera dall’interno, perché la partitura stessa di Massenet — tarda, rarefatta, attraversata da una malinconia che è già congedo — sembra respirare in questa labile zona di confine. La traslazione scenica percorreva, allora, il sottile crinale di una libertà tanto evidente quanto delicata, intimamente indulgente, densa di partecipata compassione: al posto di Ronzinante, una sedia a rotelle; una coperta di lana rossa a mimare un’improbabile corrida, solleticata dai ritmi e dalle armonie spagnoleggianti dell’orchestra; un bastone per spada, una piantana d’ospedale per lancia. A protezione, lo scudo di un orsetto azzurro: reliquia dell’infanzia, ultimo baluardo contro la desertificazione dei ricordi. E così via: le babbucce al posto degli stivali, il pigiama da degente nobilitato da un mantello drappeggiato: la dignità cavalleresca la sublima dalla fragilità del corpo. In questo mondo senza antagonisti — i nemici sono i fantasmi della mente, i tormenti del passato, le chimere del presente — ogni personaggio si faceva custode, guida, indulgente traghettatore di quello che, alla fine, si sarebbe rivelato l’ultimo viaggio. Sancho era un infermiere, ma soprattutto un garante di umanità: assecondava i deliri come si fa coi sonnambuli, proteggeva il suo assistito dallo scherno, lo accompagnava nell’ultimo miglio con un congedo trepidante. Dulcinée, qui psicologa, non era la leziosa civetta ma una donna inquieta, sfaccettata, incapace di nominare il proprio desiderio. Le scene oniriche di Marilène Bastien, i video di Antoine Belot e le luci di Rick Martin disegnavano uno spazio interiorizzato, scandito dalla presenza del Quichotte bambino, della madre, del libro di Cervantes: un movimento a ritroso, un’infanzia rivissuta nel momento in cui il tempo lineare si spezza. Ma era nella buca che questa visione trovava il suo fondamento. I Pomeriggi Musicali, diretti da Jacopo Brusa, offrivano una lettura che, fin dall’Introduction, creava un clima di sospensione controllata, mettendo in rilievo le trasparenze timbriche, il velluto degli archi, la struggente confessione del violoncello — vero alter ego del protagonista — in un tessuto sonoro che sembrava guardare costantemente oltre la scena. Nei momenti eroici o guerreschi il colore si infuocava, senza mai tuttavia perdere quella vena malinconica che è il cuore dell’opera: d’altronde, slancio e crepuscolo convivono, come se ogni gesto fosse già memoria di sé stesso. Su questo impianto si innestava la prova superba di Nicola Ulivieri. Il suo Quichotte esibiva una linea di canto vigorosa e duttile, stesa con fraseggio cesellato e capace di singolare plasticità, a dispetto delle faticose posizioni in cui, per esigenze di regia, era costretto a cantare. Seduto in carrozzina, disteso sul letto, la voce conservava nobiltà di emissione e varietà di accenti: un uomo autentico. Accanto a lui, Giorgio Caoduro disegnava un luminoso Sancho, musicalmente saldo e teatralmente generoso, capace di passare dall’esuberanza alla tenerezza con naturalezza. Chiara Tirotta offriva un’ennesima prova di talento con una Dulcinée dal timbro ambrato e morbido, sensuale senza eccessi, coerente con la lettura psicologica proposta dalla regia. Puntuale, infine, il contributo di Raffaele Feo, Roberto Covatta, Marta Leung ed Erica Zulikha Benato. Applausi generosi anche al Coro di OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola.
Elide Bergamaschi







































